Scherzo apocrifo di Lucio Nocentini
Era un freddo mattino del 1930 quando, ammantata da una zaffata di broccoli lessi, la signora Hudson entrò in salotto con un’espressione ironica dipinta in faccia, – quasi le scappò da ridere, – per comunicarci la visita di un distinto signore francese.
Holmes e io stavamo finendo di fare colazione e quando il nostro cliente si presentò davanti a noi comprendemmo appieno il motivo della sua ilarità.
Era piccolo, pelato, con un paio di enormi baffoni a manubrio, e quello che colpiva nel suo abbigliamento erano le ghette immacolate, le scarpe nere di vernice e la giacca di velour modello sahariana color avorio. Più adatta per un safari in pieno deserto.
- Il mio nome è Gustave Fournier – si presentò stringendoci la mano calorosamente. – Sono parigino e il mio mestiere è “Grand Chocolatier” all’Hotel Bertram qui a Londra. Ma sto interrompendo la vostra colazione, mon Dieu, je suis imperdonnable…
- Nessun problema, signore, il dottor Watson e io non ci formalizziamo mai per queste quisquilie. E la signora Hudson che vi ha introdotto nel nostro salotto lo sa bene. Piuttosto, lei gradisce una tazza di tè, o un caffè?
- Non vorrei disturbare…
- Un tè? Suppongo che dato il vostro mestiere non gradireste una tazza di cioccolata calda.
- Mais pourquoi pas… Non sono mai sazio di cioccolato anche se il medico curante lo ha defalcato dalla mia dieta.
La signora Hudson che era rimasta in ascolto dietro di lui prese la comanda malvolentieri, nel timore che fosse criticata dal sedicente chef di cotanta reputazione.
- Vengo subito al dunque – cominciò il cliente francese dopo aver gradito la cioccolata calda, e dopo che ci eravamo accomodati nelle poltrone accanto al camino acceso. – Nell’Hotel in cui lavoro, il Bertram, stanno succedendo strani fatti. Si ha l’impressione che molti dei nostri clienti siano i sosia di alcuni personaggi celebri in tutta l’Inghilterra. E ogni volta che ne arriva uno nuovo, viene compiuta una rapina in centro città!
Sherlock Holmes inarcò un sopracciglio e monsieur Fournier raddrizzò una candela che pendeva leggermente storta.
- Ma lei, mi perdoni, non si occupa di cioccolatini, monsieur Fournier, mi sbaglio?
L’ometto arrossì visibilmente.
- Sì ma… parbleu, non le ho ancora detto perché sono qui…
- Intanto farebbe bene a confessare se anche lei è il sosia di qualcuno. Non credo proprio che sia un Maitre Chocolatier dato che la cioccolata della signora Hudson se l’è sorseggiata fino all’ultima goccia senza lamentarsi, e io so bene quanto è grama dato che usa il prodotto ruby, dal gusto fruttato e acido e per correggerlo ci aggiunge zucchero a volontà. Lei vorrebbe sembrare il sosia di Hercule Poirot, non è vero? E da chi è stato assoldato? I suoi vestiti sono di ottima fattura ma non sono nuovissimi, – il polsini della giacca sono leggermente consunti, – quindi non credo abbia bisogno urgente di denaro. Lei ne ha a sufficienza. Ameno che… Se il suo “principale” del Bertram va in giro a rapinare la gente la pagherà molto bene. Allora cosa le sta succedendo, signor Fournier? Ha perso una somma ingente al gioco? Ha problemi di salute? O forse niente di tutto questo? È un semplice impostore?
- Signor Holmes, se lo lasci dire, lei è un genio! Mi avevano parlato tanto bene di lei certi signori di Reigate, e pure una mia amica, ex Lady in Waiting della nostra sovrana, ma non pensavo che mi sarei sentito nudo come un verme di fronte al suo acume!
- Grazie dei complimenti, ma mi racconti adesso qual è il vero motivo che l’ha portata qui, al 221B di Baker Street! Il suo leggerissimo accento belga è traditore. Cosa vuole esattamente da me? O meglio, io so cosa vuole da me, signor Poirot! Riguarda Sir Arthur Conan Doyle, non è vero?
- Come ha fatto a capirlo, nom d’un nom d’un nom?
- Perché a più riprese mi ha stretto la mano per sincerarsi che non fossi un fantasma o un ologramma.
- Touché.
- Suvvia, renda edotto dunque il mio amico, il dottor Watson, che non credo stia seguendo il corso dei nostri ragionamenti.
Lo ammisi con slancio e con una punta di irritazione.
- Il signor Doyle è venuto a mancare alcuni mesi fa. E lei è qui davanti a me, in carne e ossa. Quando ha tentato di ucciderla, scaraventandolo in quelle cascate svizzere, è stato poi costretto a “resuscitarla” sulla carta, spiegando che da esperto lottatore di bartitsu si era salvato rifugiandosi in un anfratto di roccia.
Per vie traverse ho saputo che Agatha Christie mi odia e sta scrivendo un romanzo in cui morirò definitivamente con un colpo di pistola nel cervello. Gli ha dato come titolo Sipario. Continuerà a scrivere le sue storie con lo pseudonimo di Mary Westmacott. Non saranno gialli ma romanzi rosa[1]. Pensi un po’. Allora la mia domanda è anche un consiglio. Lei pensa che dovrei ucciderla, per una questione di legittima difesa?
- Devo la mia lunga vita agli scritti del dottor Watson e all’amore dei miei lettori. E questo è quanto. Io e lei siamo quasi coetanei, caro Poirot, dato che ai tempi di Style Court, dieci anni fa, lei era andato in pensione.
Io ho spento ottantasei candeline il 6 gennaio di quest’anno. Quanto vorrebbe vivere ancora? Agatha Christie ha solo quarant’anni.
Non crede che abbia tutto il diritto di rifarsi una vita?
E si faccia un’altra domanda. Non pensa che se lo avesse creato meno ridicolo, borioso e supponente, magari, avrebbe accettato una duratura convivenza?
Allora per darle qualche buon consiglio, ci vorrebbe un mio geniale amico, Sigmund Freud. Vive a Vienna, ma ho saputo che per ragioni politiche vorrebbe tanto trasferirsi qui a Londra.





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