Durante un ricevimento a La Scolta, la villa in Cornovaglia di Sir Charles Wright, notissimo attore da poco ritiratosi dalle scene, muore all'improvviso uno degli invitati, il reverendo Stephen Babbington, presente alla riunione assieme alla moglie Margaret e a un nutrito gruppo d'amici. Tra gli altri c'è anche il famoso investigatore Hercule Poirot; e ci sono poi una commediografa sulla cresta dell'onda, due gentildonne decadute (madre e figlia), un illustre psichiatra, una modista di successo con marito al seguito, uno scapolo in vacanza dalla vita, un bel ragazzo un po' problematico e un'abbagliante, benché non più giovanissima, attrice di teatro, vecchia fiamma di Sir Charles. Ah, per quanto di sfuggita compare o comunque viene più volte nominata anche la bruttissima Violet Milray, impeccabile segretaria puntualmente innamorata del principale.

Polizia e medico legale appaiono concordi nell'indicare un banale infarto come causa del decesso, ma la presenza sul posto dell'ometto dalla testa a uovo sta ovviamente a indicare che le cose non stanno affatto così, in omaggio a un principio illustrato da Sir Bartholomew Strange, lo psichiatra, in apertura di sipario: “Secondo me, sono le persone che influiscono sugli avvenimenti, e non viceversa. Altrimenti, come si spiegherebbe la vita avventurosa di alcuni individui e la vita scolorita e monotona di altri?… Chi ha l'innata tendenza per i naufragi può restare in terraferma per tutta la vita, ma appena si avventurerà in barchetta sul lago del parco, finirà sott'acqua. Lo stesso può accadere a un Hercule Poirot. Dove si trova lui, avviene immediatamente un delitto”.

E di fatto Strange ha ragione: rivelandosi il decesso del pio reverendo appunto un omicidio e aprendo quindi la strada a un'inchiesta serrata, condotta un po' per finta un po' sul serio dallo stesso Cartwright – che in realtà gioca a far l'investigatore per arricchire d'una cornice gialla la sua storia d'amore con Hermione Lytton-Gore, giovane nobildonna locale in difficoltà economiche-, dal comune amico Satter e, naturalmente, dallo stesso Poirot. Il tutto sullo sfondo di un tranquillo e un po' chiuso paesino sulla costa della Cornovaglia, cui l'improvviso arrivo di Sir Charles ha regalato un imprevisto assaggio di mondanità.

Incautamente propensi alle novità, saranno tuttavia proprio i coniugi Babbington i primi a pagare il prezzo della propria sconsiderata tendenza all'inclusione. Lui, accasciandosi cianotico dopo aver trangugiato l'aperitivo servito durante la riunione a La Scolta (interpretato lì per lì come un infarto libera tutti, il decesso del reverendo è invece appunto frutto di un assassinio, come si scoprirà più tardi: Babbington è stato avvelenato, contaminato quindi da una sostanza estranea, come estranei e potenzialmente pericolosi avrebbero potuto e dovuto apparirgli, se solo fosse stato un po' meno incline all'entusiasmo, anche Cartwright e tutto il suo entourage). Lei, ridotta far da balia asciutta al nuovo arrivato, un imberbe pretino, e a zappettar più o meno di straforo nel giardino della canonica che un tempo era suo.

I Babbington, quindi, che considerano una fortuna l'approdo in paese di Cartwright (“Per noi è una fortuna avere qui Sir Charles… È così geniale e generoso… Non potremmo augurarci miglior vicino, vero, Lady Mary?”), l'attore: Sir probabilmente proprio in virtù dei suoi meriti artistici, non un vero aristocratico; e dunque, in fondo, nient'altro che un parvenu, un villain rifatto che forse aspira alla consacrazione definitiva anche attraverso il matrimonio con la piccola Lytton-Gore (e chissà che la Christie, pure lei insignita del titolo di baronetto per meriti letterari, con Sir Charles non strizzi un po' l'occhio anche a sé stessa, per ridere, s'intende).

Tra parentesi, nella sua prefazione Claudio Savonuzzi dice che Cartwright gli sembra John Barrymore ma certo ricorda moltissimo pure il brizzolato e atletico Cary Grant di Caccia al ladro – per quanto di sfuggita compare pure la Riviera francese, teatro delle confidenze di Poirot a Satter e buen retiro strategicamente sventolato da Cartwright per tener buona Hermione con lo spauracchio di un'eventuale partenza.

E del resto anche Muriel Wills, la commediografa anemica e provinciale, malgrado il notevole successo raggiunto appare fuori squadra, non è a suo agio in un mondo nel quale non può ritrovarsi, lontana com'è per nascita e educazione da questo incapsulato microcosmo di tradizioni borghesi e ritrosie nobiliari. Che ancora una volta le ha dato udienza solo in virtù del suo talento, ma non la sottrae alla puntuale ancorché sussurrata inchiesta della dolcissima e timida Lady Mary, la madre di Hermione: altro personaggio peculiare, che tra le altre cose preferirebbe veder la figlia moglie d'un uomo di trent'anni più vecchio piuttosto che del ragazzo difficile Oliver Manders, cresciuto con lo stigma del figlio illegittimo. Come illegittima, d'altro canto – ma ancora nessuno lo sa – sarebbe pure l'eventuale unione tra Hermione e Cartwright, visto che quest'ultimo nasconde nell'armadio una moglie pazza come la Bertha Mason di Jane Eyre.

E del resto pure la candida Hermione non è del tutto esente dal peccato originale d'un padre aristocratico ma mezzo pazzo, che ha avuto tuttavia il buon senso di togliersi di torno quasi subito per una polmonite. Accennata da Lady Mary a Satter durante un incontro a due nel rasserenante salottino di casa Lytton-Gore, la storia del ramo storto (che può crescere, a volte, anche nelle famiglie migliori, fra persone educate e virtuose) appare tuttavia degna di un romanzo della Radcliffe e in fondo ha un che di posticcio: come se la Christie si fosse accorta d'aver esagerato nell'affondo contro i proletari ambiziosi e volesse riequilibrare l'impasto con un pizzico di malvagio baronetto.

Le allegre famiglie, insomma (questo il nome del gioco da tavolo improvvidamente evocato da Hermione davanti a Poirot, il cui fiuto sempre all'erta se ne servirà al solito come d'una miccia), la fanno da padrone su questo palcoscenico brillante e congestionato, patinato e rozzo: con gli insistiti rilievi di Sir Charles sulla favolosa bruttezza della Milray, l'allampanata segretaria (ancora, ancora una stonatura nei modi e, quel che più conta, nello spirito di Cartwright), sviati appena possibile da Bartholomew Strange, l'amico psichiatra (il solido, sereno mondo dei professionisti, contrapposto a quello affannato e stridente della gente di spettacolo: “È stato proprio per non correre rischi, che ho sempre scelto le mie segretarie fra le donne poco attraenti”. “Saggia abitudine, concluse Strange, e cambiò discorso). E col marito ineducato della Dacres, brillante proprietaria della casa di mode Ambrosine che pur avendo raggiunto un invidiabile successo professionale si condanna all'accoppiamento con un partner inetto e socialmente imbarazzante, di cui si parla arricciando il naso.

Come pure accompagnato da una certa reprensibilità sociale (e dalle immancabili chiacchiere) è il giovane Manders, il giornalista o qualcosa di simile amico d'infanzia di Hermione, che pur potendo vantare la munifica protezione dello zio (“Ha uno zio ricco che gli vuol bene e gli farà fare carriera”, nella basica presentazione della stessa Lytton-Gore) è ancora e pur sempre il frutto della scapataggine della madre, fuggita di casa con un uomo sposato e morta un anno dopo averlo dato alla luce (come già accennato, il melodramma vittoriano è sempre in agguato).

E ci sono poi l'affascinante sebbene non più giovanissima Angela Sutcliff, l'attrice di teatro inevitabilmente promiscua che in passato ha avuto una relazione con Cartwright – anche lei, si può supporre, invitata al sottaciuto scopo di tastare il polso a Hermi; e Satter, il vecchio scapolo dalla vita un po' scialba e dai molti lati femminei che, anche in questo caso un po' surrettiziamente, pare aver avuto un unico amore, quand'era ragazzo, per una tipa che poi gli ha preferito un altro. Per ciò stesso destinato al ruolo di confidente da tragedia (nel corso del romanzo gli si confidano un po' tutti, soprattutto le donne, più o meno tempestosamente), Satter tra l'altro è il destinatario dei ricordi d'infanzia di Poirot, cui l'ozio assolato della Riviera francese fa tornare in mente l'infanzia poverissima con i molti fratelli e gli inizi nella polizia belga.

E ancora la brillante commediografa Anthony Astor, nome d'arte di Muriel Wills (“Davvero? Quella ragazza anemica e provinciale… Oh, mi scusi – aggiunse subito Lady Mary, arrossendo. “Me la immaginavo talmente diversa…”, e con ciò la lapide è ultimata). Muriel Wills, magrissima, col mento appuntito e gli enormi occhiali, che parla forte e con accento volgare e ha i capelli biondo stoppa acconciati da far pena; per non parlare dell'abito di crespo verde raganella, che le pendeva dalle spalle scarne come da un attaccapanni.

Questo dell'abitino o golfino o giacchettino verde cavolo o verde rospo è un topos ricorrente nella Christie, che se ne serve per marcare la scarsa presentabilità e/o disinvoltura sociale dei suoi personaggi: pure Gerda Christow, l'ombrosa e alquanto misantropa consorte del medico assassinato in Poirot e la salma, nei ricordi della super aristocratica Lucy Angkatell indossava una cosa informe che sembrava un cavolo appassito. Chi di verde si veste alla sua beltà s'affida, recita il vecchio detto, sottolineando lo scarso acume di quante decidono d'indossar questo colore per le occasioni eleganti, con ciò dimostrando senz'appello di non esserlo affatto a chi ha tempo e modo di star dietro a simili cose (ma naturalmente per chi a simili cose è avvezzo sin dalla nascita non si tratta neppure di far particolare attenzione…).

E non è un caso, forse, che nel Gosford Park di Robert Altman,  interamente girato all'interno di una dimora nobiliare immersa nella campagna inglese e affollata, per la stagione della caccia, di autentici aristocratici e stonati parvenu (c'è pure un regista americano che vuol studiar da vicino le usanze inglesi), Altman infili proprio un abituccio d'un improbabile verde smeraldo all'invitata fuori posto, la moglie non all'altezza: è ricca, ma non nobile, e per di più il marito s'è già speso tutti i soldi della dote.

Ed è sempre la Wills, puntualmente rintracciata da Cartwright (che la sospetta d'aver intuito o immaginato molto più di quanto non dica) ad abitare in un salottino modesto, con le pareti ricoperte di carta a fiori, i pesanti tendaggi di velluto rosa, i vecchi mobili spaiati, con i ripiani ingombri di statuine, albi di fotografie e persino, orrore degli orrori, cagnolini di maiolica e una bambola in crinolina che copre pudicamente l'apparecchio telefonico, mente un'altra, tipo Lenci, stende le lunghe gambe sul divano (damascato, è ovvio). Gl'interni della Christie sono a volte fin troppo didascalicamente rivelatori: e a questo proposito La Scolta, con quell'arredamento da transatlantico di lusso, incongruo in quella che è soltanto una bella casa vicino al mare, appare fin da subito rivelatrice del temperamento infigardo di Cartwright, avvezzo alle messe in scena, ai praticabili da teatro, ai posticci e alle doppie quinte.

L'esclusione e il (più o meno precario) riscatto sociale, tema di base del romanzo: pure Poirot, in fondo, è riuscito ad accreditarsi nel bel mondo grazie alle sue preziose cellule grigie, non certo per nascita, né per censo. Poirot che malgrado l'immensa fama e il puntuale ossequio di ricchi borghesi, altezzosi aristocratici e persino teste coronate (tutti, prima o poi, destinati a supplicarne i favori), è ancora e sempre il curioso ometto – di nome Hercule! – dai baffi impomatati, le scarpe di vernice e la testa a uovo.

Scambiato spesso per francese (“Sono belga”, rintuzza immancabilmente lui, di volta in volta scocciato o indulgente), Poirot è, in fondo, l'emblema di quanto, purché lo si voglia davvero, sia infine possibile trasformare le proprie debolezze in punti di forza, arieti o leve d'ingresso in un sistema chiuso: “La gente si confida volentieri con me”, dirà in più occasioni. “Sono straniero, e quindi non conto”.

Tragedia in tre atti by Agatha Christie Mallowan, 1934

Oscar Mondadori 1980