Erano le otto circa di un radioso mattino di Luglio quando il dottor John Watson, che fino a quel momento aveva dormito tranquillamente, fu svegliato di soprassalto da un gran fragore di cocci rotti proveniente dal salotto. Preoccupato s'infilò una vestaglia e corse nella stanza accanto, dove vide la signora Hudson, la governante, che raccoglieva costernata ciò che restava della sua colazione. «Sono veramente dispiaciuta, signor Watson, per il suo caffellatte, ma ciò che più mi rincresce è l'aver rotto una tazza e la zuccheriera del servizio preferito del signor Holmes, quello ricevuto in dono dalla lontana zia d'America in occasione dell'apertura del suo studio da detective!» «La zia Mary Ann, già! So che teneva molto a quel servizio!» «La prego, signor Watson, non dica niente al suo amico!» «Beh… lei sa com'è fatto Holmes! Non ci metterà niente a scoprire tutto! Ma a proposito, dov'è andato così presto stamattina?»«È andato al Museo di Storia Generale! Stamattina, alle sette, il direttore del museo è arrivato qua trafelato per parlare con lui. Ha anche portato quell'affare lì…» Il dottor Watson osservò l'oggetto che la signora Hudson gli stava indicando, una specie di bastone decorato con strani simboli e figure animalesche bizzarre. «Mentre parlavano ho visto il signor Holmes che studiava attentamente quel bastone passandolo palmo a palmo con la sua lente, poi sono usciti lasciandolo qui ed ancora non è tornato.» Il dottore prese lo strano oggetto, si accomodò al tavolo del salotto e chiese alla governante di preparargli un'altra colazione. Poi, cercando di ragionare come il suo amico Sherlock Holmes gli aveva insegnato, si mise ad osservare attentamente l'oggetto. Per riuscire meglio nell'operazione, andò anche a prendere la lente di riserva del celebre detective, una bellissima lente in ottone con l'iscrizione del Royal Optical Institute che gli era stata regalata dal fratello Mycroft in occasione della risoluzione del suo primo caso.Holmes la teneva in una scatola foderata di velluto rosso e non permetteva a nessuno di toccarla, ma Watson pensò che per pochi minuti il suo amico avrebbe fatto un'eccezione. Il dottore guardò e riguardò il bastone da tutte le angolazioni, prese appunti, tirò le sue conclusioni mentre faceva colazione, fino a che non riconobbe in anticamera la voce del suo amico. Andò di corsa a riposare la lente al suo posto avendo cura di riporla esattamente nella stessa posizione, poi si sedette di nuovo al tavolo e si fece ritrovare da Holmes intento a studiare il misterioso oggetto. Holmes entrò nel salotto con aria crucciata, gettò un'occhiata frettolosa in giro e poi disse al suo amico: «Ah, mio caro Watson, noto con piacere che ha già fatto delle ricerche attorno a quel reperto. Mi dica allora cosa ha scoperto, così lo confronto con quanto ho potuto dedurre io e vedremo di capire insieme qualcosa di più di questo strano caso che c'è capitato tra le mani. Mentre lei mi ragguaglia delle sue conclusioni, gradirei fare colazione anch'io: stamattina per la fretta non ho avuto il tempo di consumarla.» La signora Hudson aveva già provveduto ad accontentarlo ed era entrata con un vassoio in mano. Il dottor Watson disse: «Beh, caro Holmes, senza la lente d'ingrandimento non ho potuto trovare molti particolari. Secondo me si tratta del fodero di una spada, di un tipo particolare, però, ricurva, come vuole la tradizione orientale. La sua provenienza è confermata da questi ideogrammi, forse cinesi, o giapponesi, e da queste figure mitologiche tipiche di quella cultura, come questo dragone che si arrampica sopra sulla cima. Vicino la punta c'è una macchia di sangue, abbastanza recente direi, ma non saprei darne la sua provenienza. Ecco tutto.» Il celebre detective finì di sorseggiare il suo caffellatte, poi disse semplicemente: «Tutto qui?» Il dottor Watson lo guardò stupito incerto se sentirsi stizzito oppure ridicolo. Sherlock Holmes intercettò il suo stato d'animo e per rinfrancarlo aggiunse immediatamente: «Oh, certamente, senza lente d'ingrandimento non poteva ricavarne granché d'altro. Beh, io posso dirle che la spada è appartenuta ad un samurai di nome Takeshi Hirozuma, di estrazione nobile, robusto ed alto almeno due metri. Per lungo tempo essa è stata esposta appesa ad un muro di fronte ad una finestra fino a che molto recentemente qualcuno non l'ha staccata e con il suo fodero ha ucciso, bastonandolo, un piccolo animale, probabilmente una gallina.» Il dottor Watson aveva ascoltato tutto con