la stecca. Riuscivo a battere quelli più grandi di me e salivo in considerazione. Un giorno al bar “Italia”, dove giocavamo, venne pure il campione del mondo di stecca a fare una esibizione. Sì, avete capito bene, il campione del mondo. Quello che effettuò i tiri più belli nel film “Lo spaccone” con l’indimenticabile Paul Newman. Fece delle cose strabilianti, dei colpi che ancora oggi mi rimbalzano nella testa. E comunque “ i barre” mi è rimasto in mente con il suo fumo pestilenziale, i battibecchi, le urla e i moccoli che volavano da tutte le parti. E le figure indimenticabili come il postino del paese alto come un soldo di cacio che quando giocava a biliardo doveva stare in punta di piedi, e si arrabbiava sempre per un tiro sbagliato, e diventava rosso come un peperone con certe venuzze azzurrognole che gli pulsavano sul naso, e se qualcuno lo prendeva in giro era capace di tirargli addosso la palla che aveva in mano. Giocava spesso con Gino, uno alto dall’aspetto signorile, un po’ cagionevole di salute e capitava talvolta che la moglie venisse a portarlo via tra lo sbeffeggiamento generale.

Ricordo la maestra, la moglie del farmacista del paese, una brava, dolce persona con un sorriso per tutti (un po’ meno dolce quando mi dette da leggere “I promessi sposi”. Li mortacci!) e le lotte spasmodiche per essere il primo della classe, in perenne confronto con Lina Bracali, e beccarmi la medaglia di cartone (non è una battuta) che portavo orgogliosamente a casa come un illustre trofeo. Alle elementari ero davvero bravino e anche un po’ poeta. Una volta scrissi una poesia che ricordo a mente. Verteva sul sole.

O sole,

tu che sei il re del mondo

e lo rendi sì giocondo,

dacci un po’ del tuo calore,

perché faccia risvegliare

fiori, frutti, sorrisi

e…qui l’ispirazione ebbe un momento di impasse. Sudore freddo, mani appiccicose, lieve patina di rossore sul volto. Labbra serrate nello sforzo creativo. Alla fine, preso dalla disperazione, detti il colpo finale con…“e anche un po’ di narcisi”. Mi pare ancora di sentire la risata della maestra. In quel momento decisi che non sarei diventato poeta.

Ricordo i giornalini, voglio dire i fumetti “Tex Willer”, “Blek macigno”, “Zagor”, “Capitan Miki” e questo mi è rimasto impresso molto bene perché anche io portavo i capelli con la divisione centrale come lui e il nomignolo mi fu subito appioppato (da Ciccina, altro soprannome di uno che un po’ di ciccia ce l’aveva addosso), e poi “Nembo Kid” e gli immancabili “Topolino” e “Paperino” insieme a “Cucciolo” e “Tiramolla” che mi piaceva perché poteva prendere qualsiasi forma. E allora all’improvviso in soffitta mi si aprivano cieli immensi, pianure sterminate, prendevano corpo indiani indiavolati, cowboy dalla pistola facile, rapine alle banche, inseguimenti, sparatorie, Mefisto che appariva e spariva a suo piacimento e un brivido me lo faceva correre lungo la schiena.

Ricordo il profumo d’incenso della chiesa e le lunghe litanie in latino delle donnine del paese (quell’”ora pro nobis” che non finiva più), le facce simpatiche (e non potevano essere altrimenti) del gelataio e del pasticcere che per venire incontro alle mie esauste finanze mi faceva pagare le pastine a rate. Sarà senz’altro volato in cielo.

Ricordo le prime sigarette fumate di nascosto e, sempre di nascosto, le copertine di “Playboy” sfogliate con la lingua impastata alla Fantozzi e gli occhi di fuori, le prime cotte con la faccia tutta rossa e la lingua balbettante di fronte a ragazzine vispe che non vi dico. Oggi saranno pure più sveglie ma anche allora non dormivano. I primi abboccamenti al cinema, le prime strusciate, i primi baci. Spesso solo sognati. Una fatica bestiale. Vita amorosa dura. Da manovale del sesso, mica da latin lover.

Ricordo il sessantotto. E come posso dimenticarlo. L’università a Firenze, le lotte degli studenti, le contestazioni, le cariche della polizia dopo i tre squilli di tromba. Le occupazioni, i casini, i discorsi di Capanna, l’eskimo e tutto l’armamentario politico del tempo. La parola d’ordine “Tutto e subito” che a naso mi sembrava una esagerazione (forse era meglio un po’ subito e magari tutto dopo). Gli esami, che non finivano mai come il percorso in treno Staggia-Firenze peggio di una lumaca. E il ritorno, la sera tardi, al mio paese.

Il mio paese Staggia Senese era piccolo, piccolissimo. Niente di che ma mi piaceva, mi ci sentivo al sicuro con il suo bel castello medioevale a farmi da scudo. Ne conoscevo tutti i buchi e tutti gli anfratti. Quando si venne via per andare a Siena fu uno strappo al cuore. Avevo diciannove anni. Oggi il mio paese è cambiato, è diventato grande. Quando ogni anno ci ritorno cerco di riconoscerlo ma non ci riesco. Cerco di ritrovare i vecchi volti che non ci sono più. Restano i ricordi a farmi compagnia.

 

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