C’è una villa affacciata sul mare che nasconde un segreto. E forse una maledizione. In una torrida notte di giugno, Vittoria Cerami – ultima erede del celebre pittore Vinicio Cerami – si getta dal torrione medievale di Villa Monaldi, la sontuosa dimora di famiglia. Una tragedia che viene archiviata in fretta come suicidio: una lettera d’addio, alcune poesie intrise di malinconia. Tutto torna. O forse no.
La nuova proprietaria, Ginevra, nipote di Vittoria, scopre che non è la prima volta: altre donne, in passato, hanno fatto la stessa fine. Lo stesso salto nel vuoto. Le stesse ombre silenziose tra le stanze d’arte e i corridoi della villa. È solo una coincidenza? Una suggestione ossessiva? O quel luogo esercita davvero una forza oscura su chi vi abita?
Smarrita e inquieta, Ginevra teme che la villa possa reclamare anche lei. E così si affida a Dante Baldini, l’investigatore privato dal passato ingombrante e dallo sguardo disilluso, che affronta ogni enigma con una malinconica ironia. Tra poesie inquietanti, segreti di famiglia, personaggi eccentrici come Zelda e il Geco, e le luci ambigue di Rocca Tirrenica, Baldini si muove in equilibrio tra indizi e intuizioni, verità e illusione. Un’indagine che lo porterà a sfidare le ombre della villa. E anche quelle che abitano dentro di lui.
Riccardo, come nasce l’idea de “La malinconia del ronin”? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa storia era quella giusta?
In genere, con le storie di Baldini tutto fila via in modo abbastanza naturale. Basta partire da una suggestione, un’idea, una situazione, e poi i personaggi iniziano a muoversi per conto loro, io devo soltanto tenere il passo. Ormai è la quarta storia che io e Baldini affrontiamo insieme, quindi siamo una coppia collaudata. Siamo soci.
Apri il romanzo con una scena molto cinematografica, quasi da action. Perché hai scelto di farci incontrare Dante Baldini in quel modo così “fisico”?
Perché sono le azioni a definire chi siamo. Non tanto quello che raccontiamo di noi stessi, ma quello che facciamo in concreto. Baldini non si sottrae a questo principio e allora entra in scena con tutta la sua fisicità. Ormai è più o meno una costante delle storie del mio investigatore privato. Forse lui preferirebbe qualcosa di più comodo, ma se ne farà una ragione.
Villa Monaldi è una presenza quasi viva, inquieta. Come l’hai immaginata e quanto hai lavorato sull’atmosfera “stregata” del luogo?
Rocca Tirrenica è un luogo costruito con pezzi di altre città e paesi della costa toscana. Tutti posti che conosco molto bene, in parte perché ci sono nato e in parte perché per diversi anni ci ho lavorato come giornalista. Villa Monaldi è la classica residenza di lusso che potresti trovare sulla collina di Ansedonia o dietro l’Argentario, per esempio. Posti sui quali si dicono cose. Mi vengono subito in mente tanti luoghi simili, che alla fine è come se ci fossi stato davvero, in questo luogo “stregato”. Funziona spesso così con la scrittura, almeno per me. Parti da una cosa che ti sembra di conoscere, che percepisci come reale, e poi inizi a muovertici dentro, lavorando con l’immaginazione. Inventi, crei, ma alla fine tutto deve essere coerente con il pezzo di realtà che hai usato come punto di partenza. Quando tutto questo funziona, allora funziona anche la storia.
Dante è un protagonista segnato, ironico, malinconico. Chi o cosa ti ha ispirato nella costruzione di questo personaggio così umano e imperfetto?
Su Dante ho trasferito buona parte del mio modo di vedere le cose. Diciamo che ci troviamo d’accordo su molti argomenti. Poi, è chiaro, lui se ne va in giro a risolvere omicidi e rischiare la vita correndo come un folle sulla sua Alfa, io mi limito a raccontare tutto dalla mia scrivania. Ma quando ho deciso di assumere un investigatore privato per il ruolo di protagonista in una serie di gialli, è bastato tratteggiare a grandi linee certe spigolosità che Dante è nato quasi da solo. Mi si è presentato subito in modo molto chiaro. E dopo di lui hanno iniziato a presentarsi gli altri. Compresa Zelda, che per me è stata una vera scoperta, romanzo dopo romanzo.
Nel libro alterni noir, umorismo e introspezione. Come hai trovato l’equilibrio tra registri così diversi senza perdere coerenza narrativa?
Sicuramente un po’ di esperienza l’ho maturata, strada facendo. Scrivere è un po’ come suonare uno strumento. Con il tempo affini l’orecchio, impari a sentire il ritmo, sai quando puoi permetterti un fraseggio e quando devi solo seguire lo spartito. Quando inizi a farlo con naturalezza, vuol dire che hai trovato la tua voce, un tuo stile. Ma non devi percepirlo come un punto di arrivo definitivo, perché è più simile a una tappa di passaggio. La scrittura deve continuare a evolversi e tu devi cercare di non rimanere mai fermo, ma al tempo stesso devi ricordarti che il tuo strumento deve essere al servizio della storia che racconti.
E infine: Dante Baldini tornerà? Hai già in mente altri casi per lui o “La malinconia del ronin” è un viaggio autoconclusivo?
Baldini tornerà sicuramente. Anche se lui preferirebbe restarsene a meditare sulla sua amaca. Quando arriverà il momento brontolerà un po’, ma un attimo dopo sarà sulla sua Alfa a dare la caccia ai cattivi.
Titolo: La malinconia del ronin
Autore: Riccardo Bruni
Casa editrice: Indomitus Publishing
Data di pubblicazione: 18 settembre 2025
Costo: ebook € 6,99 (in esclusiva su Amazon, incluso in KindleUnlimited) / paperback € 16,99 in libreria e su tutti gli store online
Pagine: 236
Link al sito: https://www.indomitus-publishing.it/product/la-malinconia-del-ronin-riccardo-bruni/







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