Riecco Oscar Durango – Doc, nei suoi dialoghi interiori – in un nuovo ruolo, dopo la brutta disavventura che lo aveva convinto a mollare tutto e cambiare vita.
Ancora appeso, disilluso, ma non del tutto arreso, in Come l'orso nel presepe di P.M. Mucciolo è un medico di famiglia che lavora in un paese.
Fa quello per cui lo pagano. Fa troppo, fa poco, forse non fa abbastanza.Si lamenta di non avere tempo libero, ma una mattina, chiamato per una visita, in casa del paziente trova gli indizi di un possibile delitto casalingo e di colpo il suo tempo libero diventa l’ultima cosa di cui lamentarsi. Da lì in poi il tempo che gli resta tra visite, pazienti che lo ricattano via Whatsapp e scartoffie dovrà usarlo al meglio. Almeno per convincere se stesso, tra mille scrupoli e nessuna prova, che quello che si è messo in testa non sono congetture. Perché trovare sangue in cubetti dentro a un congelatore è insolito.Ma se il sangue è sangue umano è più che insolito. È inquietante. Una caccia in solitario, tra scoperte e intoppi, insidie e avvertimenti, ma anche un viaggio nel suo passato e nei ricordi frammentati, verso la verità e verso se stesso.
In che modo è rinato il personaggio di Oscar Durango in questo nuovo contesto narrativo?
Oscar Durango nel romanzo precedente, “Il Varco”, ahimè, è un dentista. Un dentista rinnegato, come lui stesso ci tiene a definirsi, ma pur sempre dentista.
È un pentito, uno pronto a collaborare per ottenere le attenuanti, uno sconto di pena, ma dopo anni di militanza è dura tirarsene fuori, e poi sa che una volta dentista il marchio rimane, difficile rifarsi la reputazione in un mondo dove tutti odiano i dentisti. Li odia anche lui, e odia se stesso, che ha mollato una laurea in medicina per mettersi a fare un lavoro che non gli è mai piaciuto e che lo fa sentire depresso e fuori posto. Ma un giorno, uno di quelli tutti uguali in cui si porta dietro la sua vita inutile, gli capita una cosa sconvolgente che lo mette davanti a un bivio: gli si chiede di fare una scelta che può cambiare la sorte di altre persone, e lui, che non ha molto da perdere, in un gesto estremo, quella vita inutile decide di giocarsela.
Muore? Abbastanza.
E poi morire, dormire… forse sognare.
Forse sogna di morire.
Ma sta di fatto che vince, non si sa bene cosa, ma alla fine provato, pesto e bastonato, vince. E si sente un eroe.
Come ho trovato il coraggio di giocarmela, questa vita, posso trovare anche il coraggio di cambiarla, si dice.
Dopo il risveglio non esattamente metaforico a nuova vita e a una nuova contezza di sé, spalleggiato dalla figura del padre che ricorre nei suoi sogni, prende un'altra decisione: molla il posto in cui vive, lo studio, la casa e il lavoro che odia. Vuole tornare a fare quello per cui aveva studiato e che in fondo non aveva mai dimenticato e lo fa: rispolvera le sue conoscenze, si aggiorna e sbarca sui nuovi territori – si fa per dire – della medicina moderna, di nuovo orgoglioso di occuparsi di tutto quello che sta parecchio oltre una fila di denti disagiati. Di una persona per intero, cervello e trippe, anima e sangue, che ti si affida, che parla, si racconta e chiede aiuto senza dover mettere mano al portafogli.
È con questo spirito che affronta la sua nuova vita e la sua nuova avventura.
Piangiamolo insieme.
Il romanzo nasce da un’idea libera e quasi “istintiva”: quanto è difficile scrivere un giallo senza una struttura rigida?
Non lo so perché non conosco alternative, non riesco proprio a impostare uno schema a tavolino. E questo per me vale per il giallo come per qualsiasi altro genere. I romanzi che ho scritto in precedenza non sono gialli ma hanno un plot complesso, con salti temporali, flashback e flashforward che per funzionare hanno bisogno di un ordine rigoroso, e infatti confesso che soprattutto nel secondo mi sono incartata un paio di volte, ma sempre scrivendo a braccio, senza sapere come sarei arrivata alla fine. Posso solo dire di aver ben chiari in testa i personaggi, e semplicemente li seguo, giorno per giorno, a casa loro, per la strada, lascio che inciampino, che mi offrano la trama o me la intralcino e poi si vedrà come andrà a finire.
Magari cercando di far quadrare le cose. Soprattutto in un giallo.
Insomma, cerco di scrivere cose che mi piacerebbe leggere, ecco.
Può sembrare un vezzo ma non è così, è una modalità, o forse un'incapacità, ma volte quello che salta fuori è una sorpresa anche per me.
L’elemento del sangue nel congelatore è senza dubbio forte e disturbante: da dove nasce un’immagine così precisa?
Ecco, appunto, non lo so. Da qualche suggestione legata al passato, in quel contesto, in quella casa che esiste (e che adesso appartiene a gente che spero non mi legga), dove si faceva la torta di sangue di maiale. Mi sono immaginata lui, Oscar Durango, che rimasto solo lì dentro, si mette a girare per i locali, curioso di sapere come si vive in quella casa che lui ha frequentato molti anni prima, curioso di sapere come vive quella famiglia che istintivamente non gli piace, e scende fino allo scantinato, dove dentro al congelatore fa quella scoperta inquietante. È qualcosa che in fondo voleva trovare, certo non esattamente in quella forma, ma qualcosa di losco che si aspettava di trovare. Soprattutto io che stavo scrivendo il giallo mi aspettavo di trovarci qualcosa dentro a quel congelatore che ronzava in cantina. Qualcosa di casalingo e sinistro, conservato e acquattato nell'ovvietà domestica. Quando ho sollevato il coperchio ci ho trovato i sacchetti di ghiaccio pieni di sangue. Li ho presi in mano insieme a lui. Erano come le sacche di sangue, ma erano a cubetti.
Oscar Durango è un personaggio molto interiore, pieno di dialoghi mentali: quanto è importante la sua voce interiore nella costruzione del mistero?
In questo caso specifico è fondamentale perché il romanzo è scritto in prima persona, non c'è un narratore che tutto sa, c'è lui che è un investigatore accidentale in un'inchiesta che ancora non esiste e agisce da solo. In qualche modo il sospetto, l'elaborazione del caso, i dubbi e le incertezze li dovevo esporre. Ma se la circostanza, questi dialoghi interiori li giustifica in parte, è anche vero che la sua voce interiore esce comunque: i suoi dialoghi con se stesso c'erano anche ne “Il Varco”, che pure è scritto in terza persona. Oscar Durango è così. Uno che si parla addosso.
In sintesi, in “Come l’orso nel presepe” prevale più il thriller o il viaggio psicologico del protagonista?
Questa domanda è un trappolone. Se rispondo che prevale il thriller poi chi me lo legge scrive su Amazon “credevo che era un triller” e mi marchia con una stella, se dico che prevale il viaggio psicologico non me lo legge nemmeno. Si raggiungono alti gradi di tensione? Non esageriamo. Quanto basta. Certo i sogni, i ricordi, i déjà vu, e il trauma precedente hanno la loro importanza.
Dati tecnici
Autrice: P. M. Mucciolo
Titolo: Come l'orso nel presepe
Editore: StreetLib
Anno di pubblicazione: 2026
Lunghezza stampa: 366 pagine
Costo: Formato kindle: 6 €, Copertina flessibile: 15 €
EAN: 9791224421146











