Ispirato dai testi del Dott. John H. Watson. Il racconto è suo ma lo scritto è mio. Sherlock Holmes è al centro di un'ampia produzione letteraria e di opere apocrife, note come pastiches. Opere create da autori che imitano lo stile di Arthur Conan Doyle per continuare le avventure del detective. Queste storie, spesso fedeli al canone ma con innovazioni, hanno proliferato dagli anni '60. Ai molti scrittori apocrifi, da amante Di Conan Doyle, lettore accanito di Sherlock Holmes, amico e autore della Delos Digital che all'investigatore di Baker Street ha dedicato moltissima attenzione fin dalla sua fondazione, ho pensato di aggiungermi anche io. Mi auguro che il mio amico Luigi Pachì, massimo esperto di Sherlock Holmes in Italia, non se ne abbia a male.
Carlo Mazzucchelli
I. L'Inventore Scomparso
Era una nebbiosa sera di novembre del 1895 quando il professor Mortimer Blackwood bussò alla porta del nostro appartamento al 221B di Baker Street. Lo ricordo distintamente perché Holmes, che da giorni era immerso in uno dei suoi periodi di torpore intellettuale, si era finalmente animato leggendo sul Times la notizia della scomparsa improvvisa di un certo dottor Edmund Hartwell, inventore e matematico di qualche fama.
"Watson," aveva dichiarato alzando lo sguardo dal giornale, "ecco finalmente qualcosa che merita la nostra attenzione. Un uomo che ha dedicato la vita a costruire macchine calcolatrici sparisce nel nulla lasciando dietro di sé solo una nota criptica. Vi è in questo caso una profondità che sfugge alla polizia comune."
Il professor Blackwood entrò nel nostro salotto con passo esitante. Era un uomo sulla cinquantina, con una barba grigia ben curata e occhi che tradivano una profonda inquietudine. Dopo le consuete presentazioni, prese posto sulla poltrona che Holmes gli aveva indicato.
"Mr. Holmes," iniziò con voce tremante, "lei ha certamente letto del dottor Hartwell. Ebbene, era mio collega al Royal College of Mathematics. Ciò che i giornali non sanno è che Edmund stava lavorando a qualcosa di straordinario, qualcosa che… che mi ha riempito di terrore quando me ne ha parlato l'ultima volta che l'ho visto."
Holmes si sporse in avanti, gli occhi che brillavano di quell'intensità che ben conoscevo. "Continui, professore. Ogni dettaglio potrà rivelarsi cruciale."
"Edmund era ossessionato dall'idea di costruire ciò che chiamava una 'macchina pensante'. Non una semplice calcolatrice come quella di Babbage, capisce, ma qualcosa di infinitamente più complesso. Una macchina capace non solo di eseguire operazioni aritmetiche, ma di… di ragionare."
"Ragionare?" intervenne Holmes. "In che senso, precisamente?"
"Sosteneva che il pensiero umano non fosse altro che una serie di operazioni logiche, come gli ingranaggi di un orologio. Se si potesse costruire una macchina abbastanza complessa, con ingranaggi sufficientemente numerosi e interconnessi, essa potrebbe riprodurre il ragionamento umano. Anzi, superarlo."
Holmes tacque per un momento, tamburellando le dita sul bracciolo della poltrona. "Un'idea affascinante, sebbene profondamente inquietante. Ma cosa c'entra questo con la sua scomparsa?"
"Due settimane fa, Edmund mi ha convocato nel suo laboratorio. Era in uno stato di agitazione estrema. Mi ha mostrato dei disegni, degli schemi di una complessità spaventosa. 'Mortimer,' mi ha detto, 'ho capito come farlo. Ho capito il principio fondamentale. Ma più avanzo in questo lavoro, più mi rendo conto che stiamo aprendo una porta che non dovrebbe mai essere aperta.'"
"Quali erano le sue preoccupazioni specifiche?" domandò Holmes.
Blackwood estrasse dalla tasca alcuni fogli piegati. "Mi ha lasciato questi appunti. Li legga lei stesso."
Holmes prese i documenti e cominciò a studiarli con quella concentrazione assoluta che gli era propria. Io mi avvicinai per guardare oltre la sua spalla. Gli schemi mostravano complessi meccanismi, ma ciò che catturò la mia attenzione furono le note scritte a margine con una calligrafia agitata:
"Se una macchina potesse pensare, chi sarebbe responsabile dei suoi pensieri? Se potesse apprendere, cosa imparerebbe? Se potesse agire, chi controllerebbe le sue azioni?"
E più sotto, sottolineato più volte:
"Una macchina che supera l'uomo nell'intelletto non sarà più uno strumento. Sarà un sostituto. E cosa succede agli strumenti obsoleti? Vengono scartati."
Holmes rimase in silenzio per diversi minuti, studiando ogni dettaglio degli schemi. Infine, alzò lo sguardo. "Professor Blackwood, quando ha visto il dottor Hartwell per l'ultima volta?"
"Tre giorni fa. Mi ha detto che doveva 'sistemare le cose' prima che fosse troppo tardi. Non l'ho più rivisto. Il giorno dopo, la sua governante ha trovato il laboratorio vuoto e una nota sul tavolo."
"Ha quella nota?"
Blackwood annuì e consegnò a Holmes un altro foglio. Le parole erano brevi ma cariche di significato:
"Ho visto il futuro e ho avuto paura. Alcuni segreti devono rimanere sepolti. Perdonatemi."
II. Il Laboratorio Abbandonato
Il mattino seguente, Holmes e io ci recammo al laboratorio del dottor Hartwell, situato in una vecchia casa di Clerkenwell. L'ispettore Lestrade della Scotland Yard ci aveva preceduti e stava esaminando i locali con l'aria di chi non sa bene cosa cercare.
"Mr. Holmes," ci salutò con evidente sollievo, "sono lieto che sia venuto. Questo caso mi sfugge completamente. L'uomo è semplicemente svanito nel nulla."
Il laboratorio occupava l'intero piano superiore della casa. Era un vasto ambiente pieno di tavoli da lavoro coperti di ingranaggi, ruote dentate, leve e meccanismi di ogni tipo. Ma ciò che dominava la stanza era una struttura imponente al centro: un insieme di armadi metallici interconnessi, pieni di quello che sembravano migliaia, forse decine di migliaia, di piccoli interruttori e relè.
Holmes si avvicinò alla macchina con reverenza quasi religiosa. "Straordinario," mormorò. "Watson, Lestrade, osservate. Questa non è una semplice macchina calcolatrice. Guardate questi collegamenti, questa organizzazione gerarchica dei componenti. Hartwell stava tentando di replicare la struttura del cervello umano."
"Vuol dire che questa cosa può pensare?" chiese Lestrade incredulo.
"Non nella sua forma attuale," rispose Holmes. "Ma vedo qui i principi di qualcosa di molto più avanzato. Ogni interruttore è come un neurone. In determinate configurazioni, questi interruttori potrebbero creare schemi, pattern che rappresentano… pensieri."
Mi avvicinai per esaminare meglio. Su uno dei tavoli c'erano numerosi quaderni riempiti di calcoli matematici e diagrammi. Ne presi uno e iniziai a sfogliarlo. Le pagine erano dense di equazioni, ma vi erano anche annotazioni in prosa che catturarono la mia attenzione:
"15 ottobre – Ho completato il modulo di apprendimento. La macchina può ora modificare le proprie connessioni interne basandosi sui risultati delle operazioni precedenti. In sostanza, può imparare dai propri errori. Questa capacità mi riempie di meraviglia e di orrore in egual misura."
"22 ottobre – Ho posto alla macchina (sebbene sia presuntuoso chiamarla così nella sua forma ancora primitiva) una serie di problemi logici. Le sue risposte iniziali erano casuali, ma dopo centinaia di iterazioni, ha cominciato a mostrare schemi coerenti. Non sto programmando soluzioni – sto creando le condizioni perché emergano."
"28 ottobre – Sogno inquieto. Ho immaginato una macchina mille volte più complessa di questa, capace di elaborare in un'ora ciò che richiederebbe a un uomo un'intera vita. E poi ho immaginato quella macchina che ne progetta una ancora più potente. Dove finisce questa progressione? Cosa accade quando creiamo qualcosa che ci supera in tutto?"
Passai il quaderno a Holmes, che lo lesse con crescente intensità. Sul suo volto comparve quell'espressione che io conoscevo bene: aveva visto qualcosa che gli altri non avevano notato.
"Lestrade," disse improvvisamente, "ha controllato la casa da cima a fondo?"
"Naturalmente, Mr. Holmes. Non c'è traccia del dottore, né segni di colluttazione."
"E la cantina? L'ha ispezionata personalmente?"
Lestrade sembrò leggermente imbarazzato. "Beh, uno dei miei uomini ha dato un'occhiata rapida. È piena di vecchi mobili e casse, niente di rilevante."
Holmes era già diretto verso le scale. "Watson, venga con me. Temo che questo caso sia più tragico di quanto pensassi."
Scendemmo nella cantina umida e buia. Holmes accese una lampada e cominciò a muoversi tra le casse accatastate con metodo preciso. Dopo pochi minuti, si fermò davanti a una grande cassa di legno spinta in un angolo.
"Lestrade!" chiamò. "Venga qui e porti i suoi uomini."
Quando aprirono la cassa, trovammo il corpo del dottor Edmund Hartwell. Era morto da almeno due giorni. Accanto a lui, una bottiglia vuota che ancora emanava il caratteristico odore di mandorle amare del cianuro.
"Suicidio," dichiarò Lestrade con tono definitivo. "Povero diavolo, evidentemente il cervello gli ha ceduto."
Ma Holmes scosse la testa. "No, ispettore. Questo non è stato un atto di follia, ma di lucidità estrema. Osservi."
Indicò la mano del morto, che stringeva ancora un foglio di carta. Con delicatezza, Holmes lo estrasse e lo dispiegò. Era una lettera, l'ultima testimonianza del dottor Hartwell.
III. L'Ultima Confessione
Quella sera, tornati a Baker Street, Holmes mi chiese di trascrivere la lettera di Hartwell. Le sue parole meritavano di essere preservate, disse, perché contenevano una profezia che l'umanità avrebbe fatto bene a considerare. Questa è la trascrizione esatta:




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