Una raccolta firme è stata promossa, in questi giorni, dall’associazione culturale “I Ricci” di Lodi per richiedere la riapertura delle indagini sui casi di omicidio che si ipotizza possano ricondursi a un serial killer che ha colpito tra gli anni Ottanta e Novanta e che i media hanno definito il “Mostro di Modena”.

“Vogliamo dare un segnale forte: quei casi devono essere riaperti”, ha dichiarato alla Gazzetta di Modena la presidente del circolo, Laura Curti. “Stiamo raccogliendo firme, le consegneremo in Procura a Modena perché tutti i casi vengano riaperti. Recentemente la famiglia di Anna Maria Palermo [una delle vittime, ndr] si è mossa per chiedere di indagare ancora. Credo sia giusto non dimenticare le altre sette ragazze uccise: i loro famigliari non ci sono più, in alcuni casi. Ma non per questo non meritano che venga fatta giustizia. O almeno che si provi a farla a distanza di così tanti anni.”

Vittime dei delitti, donne spesso dedite alla prostituzione e tossicodipendenti. Uccise con peculiari, ricorrenti modalità.

Le vittime del Mostro di Modena
Le vittime del Mostro di Modena

12 agosto 1985: è la data in cui scompare Giovanna Marchetti, diciotto anni, originaria di Mirandola e residente a Medolla con i genitori e il fratello maggiore. Si prostituisce per ottenere il denaro necessario all’acquisto dell’eroina. L’ultima persona a vederla viva è il fidanzato Giuseppe Volpe. Il 21 agosto, nei pressi della fornace di Baggiovara, viene rinvenuto il suo cadavere in avanzato stato di decomposizione. Accanto al corpo, una pietra sporca di sangue, con la quale l’assassino ha sfondato il cranio alla giovane. Giuseppe Volpe viene sottoposto a indagine e in breve ritenuto estraneo ai fatti. Aveva l’abitudine di annotare i numeri di targa delle vetture degli uomini con cui la fidanzata si appartava. E fornisce agli inquirenti quello dell’ultima su cui la giovane è salita la sera in cui è scomparsa. Risulta corrispondere a una Ford, di proprietà di Ennio Cantergiani, un agricoltore, a sua volta indagato e prosciolto.

12 settembre 1987: viene rivenuta senza vita Donatella Guerra, ventidue anni, presso le cave di San Damaso. Seminuda, sul corpo si osservano chiari indicatori di violenza sessuale e ferite d’arma da taglio, al collo e al cuore. Sulla scena del ritrovamento vi sono scarse tracce di sangue, gli investigatori sospettano che la giovane sia stata uccisa altrove. Come nel caso di Giovanna Marchetti, risultano mancanti la borsetta e gli effetti personali della vittima. Repertate in loco un’impronta di calzatura, i cui tratti distintivi suggeriscono che possa ricondursi a un uomo che zoppica, e tracce di pneumatico appartenenti a una Fiat 131.

1º novembre 1987: in un canale lungo la strada che collega Carpi a Gargallo viene recuperato il cadavere di Marina Balboni, ventuno anni, prostituta. Dal referto autoptico emerge che è stata violentata e strangolata con il foulard da lei indossato. La sua borsetta non viene rinvenuta. Pochi giorni prima della morte, riferiscono i genitori, la figlia aveva detto di doversi recare a Modena il sabato successivo perché aveva “un appuntamento importante”. La giovane era amica di Donatella Guerra. E il padre di Maria, Armando Balboni, dichiara che, quando sua figlia ha appreso della morte di Donatella, ha detto: “Spero che non facciano fare la stessa fine anche a me.”

30 maggio 1989: il corpo senza vita di Claudia Santachiara, prostituta ventiquattrenne, viene rivenuto all’imbocco dell’autostrada del Brennero. La giovane è nuda, con i collant abbassati e un cappio stretto attorno al collo, che ne ha causato la morte per strangolamento. L’autopsia rileva abusi sessuali e, sotto le unghie, tracce di Dna non appartenenti alla vittima. Un testimone riferisce che la sera precedente si è appartato con Claudia, lasciandole cinquantamila lire nella borsetta, pur senza chiederle un rapporto sessuale. Lo stesso afferma che, dopo il delitto, quei soldi sarebbero scomparsi ma, dal momento che, anche in questo caso, gli effetti personali della vittima sono risultati mancanti, non è ben chiaro come l’uomo possa essere al corrente di un dettaglio del genere. Il testimone viene intervistato da Corrado Augias per la trasmissione Telefono giallo, ma il nastro su cui è inciso il colloquio viene distrutto in circostanze non chiare. Il 13 giugno 1989 viene arrestato Tommaso Nunzio Caliò, pregiudicato in cura presso il centro di salute mentale di Modena. L’arresto consegue alla segnalazione di una prostituta, che afferma di essere stata vittima di un tentativo di aggressione e rapina posto in essere dal soggetto. Un confronto tra il Dna di Caliò e quello rinvenuto sotto le unghie della vittima approda però a un esito negativo.

8 marzo 1990: recuperato in un fosso di San Prospero il cadavere di Fabiana Zuccarini, ventuno anni. È stata strangolata. Indossa i vestiti a eccezione delle calze e delle scarpe. La sera del delitto, riferiscono i genitori, la figlia ha un appuntamento con un uomo da lei definito “lo zio ricco”. Il soggetto, in seguito identificato, risulta in possesso di un solido alibi. Vagliata anche, senza esiti, la possibilità che il delitto sia maturato negli ambienti della droga. Tempo dopo, un investigatore privato assunto dal padre della vittima appura che, la sera del 7 marzo, Fabiana è stata vista parlare con un uomo in un locale a San Felice sul Panaro. Interrogato, questi si limita ad ammettere di aver offerto un passaggio alla giovane. All’esito di una perquisizione effettuata presso la sua abitazione, viene rinvenuta una penna appartenuta a Fabiana. I sospetti degli investigatori si concentrano dunque su di lui, ma l’uomo muore l’11 settembre 1991 in un incidente stradale.

4 febbraio 1992: Anna Bruzzese, trentadue anni, prostituta, viene a sua volta rivenuta senza vita in un fosso a San Prospero. La morte si deve a numerose coltellate al ventre. Presenti sul corpo anche ferite da difesa, localizzate sulle braccia e sulle mani. Anche in questo caso insieme al corpo non viene rivenuta la borsetta della vittima. Una prostituta della zona riferisce che, alcune sere prima del delitto, alcuni sconosciuti hanno spinto a forza Anna in un’auto Giulietta di colore scuro. I soggetti in questione vengono identificati e interrogati, ma non risultano coinvolti nella morte della giovane.

26 gennaio 1994: i resti mortali di Anna Maria Palermo, ventuno anni, vengono ritrovati in un canale a Corlo. La giovane donna è stata uccisa con dodici coltellate al petto. Questa volta, in sede di sopralluogo, viene recuperata la sua borsetta. Principale sospettato: un ex ciclista professionista, cui Anna Maria avrebbe rubato un ingente quantitativo di droga. Numerosi testimoni riferiscono che, la sera del 25 gennaio, la vittima è salita sull’auto dell’individuo. Tra coloro che hanno assistito alla scena, una donna è in grado di riportare le prime lettere – “PR” – della targa della vettura. In effetti, dalle lettere si risale proprio alla targa della vettura dell’ex ciclista. Il quale, sottoposto a processo, viene assolto. Don Giancarlo Suffritti, sacerdote responsabile di una comunità di recupero, dichiara che una donna ospite presso la sua struttura sarebbe stata costretta a un rapporto sessuale da uno sconosciuto che la minacciava con un coltello e che dichiarava di essere il “giustiziere delle tossicodipendenti”. L’individuo non viene identificato.

3 gennaio 1995: Monica Abate, trentuno anni, viene trovata morta nella sua abitazione. Ha una siringa infilata nel braccio sinistro e ovviamente gli investigatori valutano l’ipotesi del decesso per overdose. L’autopsia rivela però che la giovane è stata soffocata da una mano premuta sulla bocca e sul naso. Individuate inoltre numerose ecchimosi e ferite sulle mani; sotto le unghie sono presenti diversi frammenti di pelle. Nella pattumiera, un preservativo usato. Sulle scale, diverse tracce ematiche, risultate appartenenti alla coinquilina di Monica. Quest’ultima sostiene che tali tracce derivino dall’assunzione di una dose di eroina. Inizialmente accusata di omicidio, viene prosciolta nel novembre 1997. Secondo un testimone, la notte del delitto, verso le 4 di notte, un’auto dei carabinieri avrebbe sostato dinanzi alla casa di Monica. Dunque, molto prima del rinvenimento del cadavere. Le indagini conducono a due poliziotti che hanno avuto effettivamente contatti con la vittima. Uno dei due ha precedenti per favoreggiamento della prostituzione. La comparazione tra il Dna dei poliziotti e quello presente sotto le unghie di Monica non evidenzia corrispondenze.

I luoghi di ritrovamento delle vittime
I luoghi di ritrovamento delle vittime

Queste le vittime che si è soliti ricondurre al cosiddetto Mostro di Udine. In effetti, da quanto pur brevemente esposto relativamente alla dinamica dei delitti, emerge uno schema comportamentale ricorrente, un approccio operativo comune e, forse, un analogo profilo motivazionale.

Si ritiene tra l’altro possibile che il medesimo soggetto ignoto possa aver ucciso anche altre due donne. Filomena Gnasso, quarantatré anni, rivenuta senza vita da un netturbino il 15 novembre 1983, uccisa con cinque coltellate, e Antonietta Sottosanti, soffocata con una calza di nylon in gola. Il corpo di quest’ultima viene ritrovato il 13 ottobre 1990 dai pompieri intervenuti per domare un incendio nei palazzi del Windsor Park di Modena. Si ipotizza che l’incendio sia stato appiccato dallo stesso assassino proprio per cancellare le tracce dell’omicidio.

Nel 2018 il regista Gabriele Veronesi ha dedicato alla vicenda un documentario prodotto da Taiga/Bue per Crime+Investigation, il canale 119 di Sky dedicato al true crime.

Si tratta senza dubbio di casi di omicidio che meriterebbero di essere riesaminati.

"La Stampa", 19 gennaio 1995
"La Stampa", 19 gennaio 1995