Maurizio Giugliano

Nato il 7 giugno 1962 ad Acciarella, un sobborgo in provincia di Latina, è figlio di agricoltori e ha tre fratelli. Nel corso del parto, i medici utilizzano il forcipe, forse infliggendogli lesioni cerebrali, probabile causa della successiva propensione alla violenza che il soggetto avrebbe manifestato: è quanto ipotizzeranno i periti chiamati, anni dopo, a valutare Giugliano in sede giudiziaria. Maurizio è un bambino difficile, manifesta precocemente problemi psicomotori e le conseguenze della malnutrizione. Inizia a parlare a quattro anni. A otto, nel 1970, viene investito da un’auto guidata da un carabiniere: “da allora non ci stava tanto più con la testa.”[1]

In seguito a questo episodio, Maurizio, già silenzioso e introverso, diviene irrequieto, adotta comportamenti aggressivi, sia in casa che nei collegi cui la famiglia lo affida. Sembra, tra l’altro, che con una forchetta cavi l’occhio di un compagno di classe e che, in un’altra circostanza, ne costringa un altro a bere della varechina. In casa, aggredisce i fratelli e il padre Italo. Tortura e uccide gli animali allevati dalla famiglia nel terreno adiacente all’abitazione. A dieci anni dà fuoco a dei fienili e al camion del padre. Questi, per cercare di contenere la violenza del figlio, ricorre spesso all’uso della forza. Le attitudini del giovane si palesano in modo sempre più accentuato durante l’adolescenza. Verrà ripetutamente ricoverato presso ospedali psichiatrici, da cui riesce a fuggire.

Siamo nei primi anni Settanta, a quanto risulta la famiglia di Giugliano cambia spesso residenza proprio a causa delle problematiche del figlio e delle difficoltà a gestirle. Si stabilisce nei pressi di Anguillara Sabazia, poi a San Vittorino, vicino a Tivoli, infine a Roma.

“Da piccolo ammazzava le pecore e io avevo paura che da grande avrebbe ammazzato i cristiani”, dichiara la madre. “Quando aveva quattrodici anni vegliavo i bambini più piccoli perché avevo paura che li ammazzasse.”[2]

Nel 1977, a quindici anni, viene arrestato per rapina e inviato nel carcere minorile di Casal del Marmo, dove sconta un breve periodo di detenzione. Nel 1979 vi farà riorno, accusato di violenza carnale ai danni di una donna di quarant’anni, che vive a Osteria nuova. “Appena poteva, quando in famiglia si sentiva maltrattato, il ragazzo scappava da quella donna, l’unica che riuscisse a dargli un po’ di affetto, un affetto come da madre a un figlio: proprietaria di un bar, più che quarantenne, la donna riusciva a calmare Maurizio Giugliano, a rabbonirlo. Tutto questo finché una sera il ‘mostro’ si presentò come al solito e pretese di fare l’amore. Lei rifiutava, lo aveva sempre considerato come un ragazzo. Lui prima la massacrò di botte, poi la violentò.”[3]

Presso il carcere minorile, Giugliano viene seguito da vari psichiatri. Secondo la perizia redatta dal professor Massimo Ammaniti, il soggetto soffre di una grave distorsione della personalità, aggravata dal problematico contesto familiare e sociale in cui è vissuto.

A Casal del Marmo, Maurizio tenta il suicidio. Si impicca e viene salvato in extremis dagli agenti carcerari. Viene quindi traferito a Santa Maria della Pietà e, in seguito, al reparto di psichiatria dell’ospedale San Filippo Neri. Qui aggredisce gli agenti e fugge. Poche ore dopo viene rintracciato e nuovamente condotto a Casal del Marmo.

Inizia il processo nei suoi confronti per violenza carnale. I giudici non accolgono in toto le valutazioni dello psichiatra, Giugliano non viene inviato in una comunità di recupero ma destinato, per alcuni mesi, all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa.

Primi anni Ottanta. Il giovane viene processato e condannato anche per altri reati, tra cui furto e ricettazione. La pena comminatagli complessivamente non supera i due anni ma, divenuto nel frattempo maggiorenne, lascia la struttura minorile e viene destinato al carcere di Rebibbia e, in seguito, a quello dell’isola di Pianosa. In queste sedi, vive a contatto con detenuti condannati all’ergastolo o, comunque, a lunghe pene.

“Nel ’79, Maurizio Giugliano poteva ancora essere recuperato ad una vita socialmente normale”, sostiene, in un’intervista, lo psichiatra Ammaniti che lo aveva valutato in sede peritale, “o meglio, lo si sarebbe potuto fare se le leggi, e le strutture, avessero offerto almeno una possibilità.”[4]

Uscito dal carcere dopo aver scontato la pena, il giovane conduce, per circa tre anni, una vita da girovago: si sposta su una roulotte nelle periferie di Roma, vive di espedienti, truffe, piccoli furti, ricettazione. Conosce una ragazza minorenne, Rosa Bussaglia, con la quale avvia una relazione. Conflittuali si rivelano i rapporti con i familiari della giovane, scanditi da continui, violenti litigi. I due comunque si sposano e la giovane si stabilisce nella roulotte di lui. Dall’unione, nasce una bambina.

Vittime

Roma, mercoledì 6 luglio 1983. È mattina presto, due operai raggiungono il cantiere in cui lavorano, all’angolo di via Flaminia Vecchia e via Due Ponti. Trovano un cadavere, coperto in parte da calcinacci. È di una donna, contro cui qualcuno si è accanito con insolita ferocia. L’ha strangolata con la sua stessa camicetta, l’ha ripetutamente e violentemente colpita in volto con un sasso, le ha infine sparato un colpo di pistola alla tempia. La vittima si chiama Thea Stroppia, cinquantuno anni. Mantiene la famiglia prostituendosi nella periferia settentrionale di Roma. Nell’ambiente, è nota come “Tiziana”. Si valuta che il decesso sia sopraggiunto verso le due di notte. Qualcuno l’ha vista, per l’ultima volta, alcune ore prima, verso le 21,30.

Sabato 9 luglio 1983. Passo Corese, non lontano da Fara Sabina, in provincia di Rieti. È sera quando viene rinvenuta un’altra donna senza vita. Si trova in aperta campagna, priva di vestiti, in avanzato stato di decomposizione e coperta da una lamiera. è Luciana Lupi, quarantacinque anni, residente nel quartiere del Pigneto, a Roma. Anche lei dedita alla prostituzione, è conosciuta come “Silvana”. Risulta deceduta nella notte tra il 4 e il 5 luglio. L’omicida si è accanito contro di lei con estrema violenza. L’ha strangolata con la sua stessa cintura e l’ha colpita più volte al volto con una pietra reperita in loco. Non le ha sparato un colpo di pistola alla tempia, ma le analogie con il delitto di Thea Stroppia appaiono evidenti agli investigatori, che ritengono di dover indirizzare le loro ricerche verso un omicida seriale.

Mercoledì 13 luglio 1983. Via Pontina Vecchia, in località Tor de’ Cenci, nei pressi della tenuta di Castel Porziano. Un giovane percorre la strada a bordo di uno scooter. Scorge, a pochi metri dal margine della corsia, ciò che sembra essere il corpo di una donna. Si tratta, in effetti, del cadavere di Lucia Rosa, trentatré anni, di Siracusa, prostituta che tutti nel giro chiamano “Margherita”, nota alle forze dell’ordine per la sua tossicodipendenza. Seminuda, strangolata con la sua maglietta ancora stretta intorno al collo e coperta da alcuni calcinacci. Uccisa da circa due giorni. Si riscontrano analogie con i delitti precedenti, anche se l’omicida questa volta non ha infierito sul viso della vittima.

Venerdì 5 agosto 1983. In un campo di granturco nei pressi di Sabaudia, in provincia di Latina, viene rivenuto il corpo senza vita di Giuliana Meschi, trentuno anni, ex impiegata comunale, da poco traferitasi sul litorale pontino. Anche lei seminuda, strangolata con i suoi pantaloni. Prima di essere uccisa, la donna si era recata a Roma, per ritirare una indennità di 300.000 lire, somma rinvenuta tra i suoi effetti personali. Gli investigatori sono persuasi che si tratti del medesimo omicida responsabile dei delitti precedenti che, in questo caso, ha tuttavia scelto una vittima appartenente a una tipologia diversa dalle precedenti. L’inchiesta dispone forse, questa volta, di una utile risorsa. A.B., un contadino della zona, sembrerebbe aver visto l’aggressione nonché il volto dell’assassino. “La sera del 5 agosto ho visto un uomo afferrare la Meschi per il collo”, afferma il testimone, “ho pensato che erano due amanti e che stavano litigando. Poi ho sentito la donna gridare: ‘Non voglio, lasciami stare’ […].”[5]

Dalla descrizione dell’aggressore è possibile ricavare un identikit. Il contributo di A.B. non si limita a questo, l’uomo fornisce anche un’accurata descrizione dell’automobile del presunto omicida: una Ford Escort gialla, con il tettuccio nero, gli sbarrava l’accesso ai campi di granturco poco prima che si verificasse il delitto, con il solo aggressore a bordo.

Lunedì 31 ottobre 1983. Siamo a Pratica di Mare, nei pressi di Pomezia. Il cadavere di Fernanda Renzetti Durante, cinquantatré anni, pittrice, moglie di un funzionario della Banca d’Italia, viene rivenuto in una stradina di campagna. Indossa solo il reggiseno e un pullover, è stata colpita da più di trenta coltellate e l’arma del delitto è accanto a lei. Dai segni sul terreno si conclude che qualcuno l’abbia trascinata fino al punto del rinvenimento. L’indomani, 1° novembre, nei pressi della stazione ferroviaria di Campoleone, ad Aprilia, viene ritrovata l’auto della vittima, una Fiat 500 di colore rosso. Nell’abitacolo, vi sono i vestiti della donna, che non recano tracce dell’aggressione. Due guardie notturne ricordano la vettura: sembra che la notte del delitto l’abbiano vista parcheggiata non distante della stazione. Aveva i fari accesi ed i tergicristalli in funzione, come se qualcuno se ne fosse allontanato in fretta. In seguito, il veicolo doveva essere stato collocato in un punto meno esposto.

La donna uccisa risulta residente a Roma, nel quartiere Ardeatino. Nei giorni precedenti l’omicidio, era impegnata nella rassegna I cento pittori di via Margutta e, la sera di domenica 30 ottobre, si era allontanata dalla mostra con un’ora di anticipo rispetto al solito, verso le 20,30. Aveva detto al portiere dello stabile in cui l’evento era in corso, che doveva recarsi ad un appuntamento.

Domenica 22 gennaio 1984. In un vigneto nei pressi di Grottaferrata, ai Castelli Romani, viene trovata senza vita Catherine Skerl, detta Katty, diciassette anni, studentessa presso il liceo artistico Giulio Romano, nella Capitale. Risulta essere stata strangolata con un filo di ferro e con la cinghia del suo borsone. Al contrario delle vittime che l’hanno preceduta, non è seminuda. Reca, però, evidenti tracce di violente percosse. Ora stimata del decesso, mezzanotte. Di Katty si erano perse le tracce il giorno prima, sabato 21 gennaio, verso le 18,30: a quanto sembra emergere dall’inchiesta, non si sarebbe recata all’appuntamento con un’amica, presso la fermata “Lucio Sestio” della metropolitana, in via Tuscolana. Verso le 19, non vedendola arrivare, l’amica aveva informato la madre e avevano preso avvio le ricerche della giovane scomparsa. Un testimone sostiene di aver visto, la notte del delitto, Katty salire su una vespa guidata da un ragazzo. Elemento, questo, che contribuirà a orientare l’attenzione degli inquirenti su Maurizio Giugliano.

Indagini

Aprile 1984. “A indagare per primo su Maurizio Giugliano è stato il commissario del quartiere Prenestino, Rocco Marazzita”, scrive il Corriere della Sera. “Dopo gli omicidi delle sei donne, la polizia era convinta che l’assassino fosse un maniaco. Marazzita si è ricordato di questo giovane, più volte arrestato per furti, rapine, denunciato anche per violenza carnale […]. Il commissario ha preparato una relazione è l’ha mostrata al capo della squadra omicidi, Nicola Cavaliere. E le indagini sono andate avanti.”[6]

Quando l’attenzione degli investigatori si focalizza su di lui, Maurizio Giugliano è già in carcere. È stato arrestato proprio nel febbraio 1984, per aver appiccato, in seguito a una lite, un incendio nell’appartamento dei suoceri, sito in via Gogol, nel quartiere Laurentino 38. Questi gli indizi che sembrerebbero porre in correlazione Giugliano con i delitti dell’omicida seriale nel frattempo definito il “Lupo dell’Agro Romano”:

1) le zone in cui si sono consumate le aggressioni, pur molto lontane tra loro, sarebbero luoghi ben noti al soggetto, aduso fin da bambino a spostarsi nelle zone circostanti la Capitale;

2) le auto utilizzate dall’omicida e da questi abbandonate e date alle fiamme dopo i delitti, sarebbero state acquistate sotto falso nome, prassi adottata dallo stesso Giuliano;

3) in prossimità delle scene del crimine, sarebbero state avvistate delle roulotte simili a quella in cui viveva il soggetto;

4) per quanto riguarda, in particolare, l’omicidio di Katty Skerl, Giugliano sarebbe stato solito girare su una vespa come quella su cui, a detta del testimone, la giovane sarebbe salita prima di morire;

5) ancora in riferimento al caso Skerl: la moglie di Giugliano ha affermato di averlo visto rientrare con la vespa nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 1984. A detta della donna, il marito avrebbe avuto i pantaloni sporchi di fango fino alla vita.

Presso il carcere di Regina Coeli, dove è recluso, pervengono a Giugliano cinque comunicazioni giudiziarie dai tribunali di Roma, Latina e Rieti. Viene sottoposto a ripetuti interrogatori, ribadisce la propria estraneità ai fatti. Tra gli elementi che si ritiene comprovino il suo coinvolgimento nei delitti, vi sono le dichiarazioni della madre, della moglie e della suocera di Giugliano. “Anche la donna che viveva con lui, i suoi congiunti contribuiscono, anche se indirettamente, ad accusarlo”, scrive la Stampa. “Infuriandosi, gridava: ‘Se non mi obbedite vi faccio fare la fine di queste donne. Le ho ammazzate io’ e così urlando indicava il giornale che dava con evidenza notizie dei crimini. Era una confessione.”[7]

“La polizia ha raccolto un mosaico di indizi e, soprattutto, testimonianze”, si legge sull’Unità. “Quella della madre, per cominciare, che quattro mesi fa aveva sospettato qualcosa e si era rivolta al commissariato più vicino per scaricarsi un peso che era via via cresciuto nella sua coscienza. Da allora, si è appreso ieri, la polizia aveva cominciato a controllare il giovane, sospettandolo di essere un pluriomicida.”[8]

Non chiamatelo mostro

Con riferimento al delitto di Giuliana Meschi (sabato 5 agosto 1983), si è detto dell’identikit dell’omicida ricavato dalla descrizione fornita dal contadino che asseriva di averlo visto. L’uomo viene ora invitato a partecipare a un cosiddetto confronto all’americana, in esito al quale sembra riconoscere Giugliano senza esitazioni. I giornali sposano prevalentemente l’assunto investigativo degli inquirenti. “Alto, robusto, aria torva; nomade, ladro, scippatore; violento, psicopatico, arrestato più volte per violenza carnale […]. È lui, dicono, il mostro di Roma.”[9]

Dubbi vengono prospettati solo dall’Unità: “Chiamarlo mostro, assassino, maniaco o in altro modo, è solo questione di buon gusto e di costume giornalistico. Sbatterlo in prima pagina è cosa ovvia. Ma qui il problema è un altro: è che Maurizio Giugliano ‘forse’ è il mostro […]. Ci sembra molto grave la superficialità con cui l’altro ieri la questura di Roma s’è precipitata a far sapere che il giovane psicopatico è sospettato di avere assassinato sei donne. Sarebbe accaduto lo stesso se il presunto mostro fosse stato un ingegnere, un docente, un primario, un impresario? Stentiamo a crederlo.”[10]

In ogni caso, Giugliano viene processato per tre dei sei omicidi: Thea Stroppa, Lucia Rosa e Giulia Meschi. Nel processo per l’omicidio Stroppa, una perizia riconosce l’uomo affetto da vizio totale di mente, viene prosciolto per infermità mentale e dichiarato socialmente pericoloso.

Per quanto riguarda il processo relativo al delitto Rosa, Giugliano, che aveva ammesso la sua responsabilità, ritratta la propria confessione. La perizia psichiatrica esclude l’incapacità di intendere e di volere, ma i testimoni chiamati a deporre non sono in grado di riconoscere nell’imputato l’uomo visto allontanarsi con la vittima prima dell’omicidio. “Due testimoni: non è lui il mostro. Scricchiola il castello di accuse”[11].

Processo Meschi: il perito incaricato di esaminarlo riscontra nell’imputato solo un vizio parziale di mente. Grazie al riconoscimento di A.B., nel 1986 la Corte d’assise di Latina dichiara Giugliano colpevole dell’omicidio di Giuliana Meschi e lo condanna a diciassette anni e otto mesi di reclusione. In appello, l’avvocato Francesco Giuliano richiede le attenuanti generiche e una ulteriore perizia psichiatrica nel tentativo di far dichiarare il proprio assistito affetto da vizio totale di mente: entrambe le richieste vengono disattese dalla Corte d’assise d’appello di Latina.

Detenzione, ulteriori processi e morte

Nel 1987, presso il di Rebibbia, Giugliano divide per alcuni mesi la cella con Agostino Panetta, ex poliziotto, capo della Banda dell’arancia meccanica, che si stima abbia compiuto a Roma, tra il 1979 e il 1983, più di seicento rapine. Questi riferisce ai magistrati che Giugliano gli avrebbe confidato di essere responsabile dell’omicidio di Lucia Rosa e di Maria Negri, uccisa a Punta Sabbioni, vicina a Jesolo, il 3 agosto 1983. La Negri, cinquantuno anni, era stata trovata morta nella sua casa-vacanze, strangolata con il filo della sua aspirapolvere. Secondo quanto riferito da Panetta, in quei giorni Giugliano si sarebbe trovato in Veneto per le vacanze con la moglie e il cognato. Avrebbe notato la Negri a un distributore di benzina e, colto da un incontrollabile raptus omicida, si sarebbe allontanato dai familiari con un pretesto, avrebbe raggiunto e ucciso la donna in casa sua, tornando poi dai parenti ignari. Nel corso del processo susseguente, Giugliano smentisce questa versione dei fatti e, nel 1989, viene assolto.

Per quanto riguarda l’omicidio di Lucia Rosa, del quale – a quanto riferito da Panetta – Giugliano sarebbe tornato ad autoaccusarsi, non si registrano in effetti utili sviluppi: nel 1988 lo stesso conferma la propria responsabilità con gli inquirenti, salvo ritrattare nel successivo dibattimento. Emergono inoltre incongruenze tra quanto riferito da Giugliano circa l’asserita dinamica del delitto e le risultanze di alcuni rilievi sul cadavere della vittima. Nel 1989, l’uomo viene quindi assolto anche da tale accusa, per non aver commesso il fatto.

Durante la sua detenzione, Giugliano viene poi processato per ulteriori reati commessi negli anni. Il 27 ottobre 1988, nel corso di un’udienza relativa a un processo per furti e rapine risalenti al 1982, l’uomo scaglia le manette contro la Corte. Nel 1990 viene internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. Vi rimane fino a quando, nel 1993, soffoca con un cuscino un compagno di cella che si è rifiutato di offrirgli una sigaretta. È dunque trasferito nell’opg di Reggio Emilia, dove muore di infarto nel 1994.

Maurizio Giugliano era il “Lupo dell’Agro Romano”?

Se, come abbiamo visto, sotto il profilo investigativo e dei riscontri probatori, si è ritenuto di poter attribuire a Giugliano solo l’omicidio di Giuliana Meschi, dal punto di vista criminologico potrebbe risultare possibile scorgere più di un tratto di compatibilità tra il profilo comportamentale del soggetto e quello, ipotizzato, dell’omicida seriale denominato dalla stampa “Lupo dell’Agro Romano”. Il che non significa, ovviamente, pervenire a una certezza assoluta in tal senso. Di certo, l’attitudine alla violenza incontrollata di Giugliano, all’espressione aggressiva della libido, al sadismo, alla ferocia ben si sarebbero potute tradurre in aggressioni caratterizzate dalle modalità che connotano i delitti del “Lupo”.

Parvenze di indizi potenzialmente utili a supportare una simile conclusione risulterebbero in effetti sussistenti, ma è comprensibile che, attesa la loro tenuità, in sede giudiziaria siano stati ritenuti inidonei a fondare una condanna.

In termini accademici potrebbe quindi rivelarsi utile tentare di valutare se un nesso tra i delitti, non comprovato processualmente, possa se non altro ravvisarsi, in via di congettura se non di illazione, dal punto di vista della profilazione criminale.

Un abbozzo di profilazione

A titolo di premessa, questi ci sembrerebbero essere alcuni tratti peculiari del Lupo dell’Agro Romano, che qui elenchiamo senza pretese di ordine e completezza:

1) accentuata aggressività;

2) sessualità vissuta in modo conflittuale e problematico (le fonti consultate non menzionano espressamente atti sessuali compiuti dall’aggressore nel corso dell’iter criminis, ma il fatto che quest’ultimo tendesse a comprendere il denudamento della vittima sembra comunque orientare l’agito in una prospettiva marcatamente sessuale);

3) tenenza all’utilizzo di più di un’arma o di un approccio offensivo;

overkill (presenza di colpi in quantità maggiore rispetto a quelli effettivamente utili a causare il decesso della vittima);

4) attitudine a nascondere parzialmente o comunque a coprire il corpo della vittima con oggetti reperti in loco;

5) non univoco profilo vittimologico: i primi delitti si focalizzano su delle prostitute, per poi orientarsi verso altre tipologie di soggetto.

Dalla dinamica delle aggressioni emerge una capacità di pianificazione e di controllo dell’interazione con la vittima? L’aggressione non risulterebbe essere, invero, particolarmente elaborata e strutturata ma frutto, piuttosto, di un impulso che insorga e si manifesti celermente. Ciò non indica che l’offender agisca necessariamente in una condizione di distacco dalla realtà come in preda a un episodio psicotico, ma che almeno le modalità dell’aggressione, pur a loro modo “ritualizzate” e focalizzate su un nucleo ricorrente, appaiono impulsive, disordinate e soggette a rimodulazioni e ridefinizioni. Dunque, potremmo ipotizzare una incapacità di resistere a una ricorrente attitudine aggressiva. Il pensiero va, ovviamente, a Maurizio Giugliano, alle lesioni cerebrali da cui forse era affetto e alle difficoltà sperimentate, dai periti dei processi cui è stato sottoposto, nel diagnosticare compiutamente il suo stato mentale. Una compatibilità di Giugliano con il soggetto ignoto così come da noi delineato in termini di congettura non significa, in ogni caso, inevitabile sovrapponibilità o identità.

"Il livello di organizzazione, o disorganizzazione, riscontrato nella scena del crimine sarà indicativo del grado di sofisticazione dell’offender”, si legge nel Crime Classification Manual, che propone l’articolato protocollo di criminal profiling approntato dall’Unità di Analisi Comportamentale dell’F.B.I., “mostrerà anche quanto il criminale è stato capace di controllare la vittima e se c’era premeditazione nel crimine.”[12]

Dunque, con riferimento al caso di specie:

a) grado di sofisticazione: scarsa se non assente;

b) capacità di controllare la vittima: buona;

c) premeditazione: a nostro avviso non particolarmente significativa.

Dalle caratteristiche dei luoghi del delitto, potremmo quindi pensare a un offender tendenzialmente disorganizzato. “Occorre sottolineare come la scena di un crimine di rado appaia come totalmente organizzata o disorganizzata”, precisa il manuale del Bureau. “È più probabile che si collochi tra i due estremi di una scena pulita e ordinata, e di una scena trascurata e disordinata.”[13]

Con riferimento ai singoli casi, simili categorie di portata generale devono essere interpretate con la massima cautela e una loro adozione troppo rigida rischia pertanto di rivelarsi fuorviante. Nessuna sorpresa, dunque, nel constatare che, scorrendo le caratteristiche del soggetto disorganizzato individuate dall’F.B.I. rapportandole al nostro soggetto ignoto, non si registrino troppe assonanze[14].

Resta comunque il sentore di un soggetto che potrebbe agire nell’impossibilità – dovuta a una causa organica? – di controllare i propri impulsi, non adottando quindi una strategia pienamente strutturata.

Per quanto riguarda le vittime su cui il “Lupo” indirizza la sua attenzione, ipotizziamo che la scelta inziale delle prostitute non risponda a una precisa volontà punitiva rivolta verso tale categoria, ma scaturisca dalla vulnerabilità e dalla marginalizzazione che la caratterizzano. Il fatto che il soggetto abbia in seguito posto in essere aggressioni nei confronti di donne con differente collocazione sociale potrebbe attestare, da parte sua, l’acquisizione di una maggiore sicurezza nelle proprie “risorse offensive”.

Categorie di omicida seriale

La letteratura ha spesso tentato di orientarsi nel vasto e intricato universo degli assassini seriali, coniando categorie definitorie legate a precise tipologie di comportamento e di motivazioni ad agire. Secondo Ronald e Stephen Holmes[15], l’omicida seriale è un predatore che uccide tre o più persone in un arco di tempo superiore a un mese, con significative pause tra un omicidio e l’altro. E che, sotto il loro profilo comportamentale-motivazionale, può così connotarsi:

- visionario o allucinato;

- missionario;

- edonista (proteso al piacere sessuale, alla ricerca del brivido o al tornaconto personale);

- orientato al controllo e al dominio della vittima.

Con riferimento al Lupo dell’Agro Romano, accennavamo alla componente sessuale dei delitti, il che potrebbe orientarci verso il serial killer edonista proteso al piacere sessuale (lustmurderer). Secondo gli Autori, un soggetto del genere pone in relazione il piacere sessuale con la morte, è indotto ad agire dalla necessità di concretizzare una sua fantasia sessuale violenta. Da quest’ultima scaturiscono anche i connotati ricorrenti, ritualizzati degli atti predatori posti in essere nei confronti delle vittime. In qualche misura, viste le premesse sopra abbozzate, alcuni aspetti di tale tipologia di serial killer potrebbero effettivamente ricorrere nel caso di specie, anche in considerazione del fatto che le modalità attraverso cui il lustmurderer soddisfa i propri impulsi sessuali si sostanziano in molteplici, possibili approcci e pratiche, dal sadismo alla necrofilia.

Se, come sopra accennato, consideriamo in via ipotetica anche la possibilità che il soggetto agisca in una condizione di incapacità almeno temporanea, subentrata al momento dell’aggressione, potremmo ammettere, nel caso di specie, una sorta di ibridazione del lustmurderer con il seria killer visionario o allucinato, che opera appunto in una condizione di distacco dalla realtà. Ne scaturirebbe un profilo atipico dell’omicida seriale in questione.

Un’altra classificazione di omicidi seriali, proposta da Mastronardi e De Luca[16], si basa sulle sole modalità esecutive e non anche, come quella precedentemente considerata, sulle motivazioni dei soggetti agenti. È suddivisa in due macrocategorie:

- Assassino seriale classico: il predatore sessuale, nell’accezione ampia del termine.

- Assassino seriale atipico, in base a diversi, ulteriori approcci operativi.

Secondo gli Autori, l’omicida seriale classico presenta le seguenti caratteristiche distintive:

- uccide le vittime con modalità che permettono un contatto fisico;

- opera secondo dinamiche psicologiche che si sostanziano nelle fasi individuate da Norris (1988)[17]: a) fase aurorale; b) fase di puntamento; c) fase di seduzione; d) fase di cattura; e) fase dell’omicidio; f) fase totemica; g) fase depressiva;

- asporta souvenir o trofei dalla vittima o dalla scena del crimine;

- opera per soddisfare un’esigenza svincolata da moventi concreti (gelosia, guadagno, etc.).

Il Lupo dell’Agro Romano potrebbe collocarsi nella categoria – assai ampia – dell’omicida seriale classico, sia pure, anche in questo caso, con tratti peculiari che impediscono una piena adesione alla categoria stessa come definita dagli Autori. Non risulta, ad es., che asporti oggetti appartenuti alle vittime o presenti sul locus commissi delicti.

Un serial killer non ancora individuato?

In conclusione, ribadendo la necessità di adottare, in simili valutazioni, la massima cautela, non possiamo non constatare – come sopra accennato – la compatibilità del profilo personologico di Giugliano con determinate dinamiche comportamentali del Lupo dell’Agro Romano. Ma, in questo e in altri casi del genere, non possiamo comunque permetterci certezze assolute, convinzioni incrollabili. Dobbiamo peraltro tener presente che, tra giugno e dicembre 1984, quando l’uomo si trovava nell’impossibilità di commettere ulteriori omicidi, a Roma e nel Lazio si sono registrati altri delitti, alcuni dei quali caratterizzati da elementi analoghi a quelli, secondo gli investigatori, ascrivibili al soggetto.

- 28 giugno 1984: rivenuta, nella sua abitazione al Quadraro, Cinzia Travaglia, ventiquattro anni, tossicodipendente. Reca sul corpo segni di percosse. Delitto insoluto.

- 15 luglio 1984: Rita Letizia, diciannove anni, viene ritrovata senza vita nei giardini di Villa Pamphili, ad Anzio. È semicarbonizzata. Sottoposto a processo il suo fidanzato, G.V., a sua volta diciannovenne, assolto due anni dopo dalla Corte d’assise di Frosinone. Delitto insoluto.

- 21 ottobre 1984: Marcella Gianniti, ventisei anni, rivenuta senza vita presso il Parco degli acquedotti, in via Lemonia, a Roma. Parzialmente denudata, la vittima presenta varie ferite alla testa e tracce di strangolamento. Ha una pietra sul volto. Delitto insoluto.

- 21 novembre 1984: Anna Maria Ponzo, quarantasei anni, cameriera d’albergo, viene ripescata dal Tevere, all’altezza dell’Isola Tiberina, a Roma. È stata decapitata. Chi indaga nutre sospetti sul suo amante, O.M., agente penitenziario presso il carcere minorile di Casal del Marmo. Risulterebbero gravemente indizianti alcune lettere che l’uomo ha inviato alla vittima. In assenza di solidi riscontri, comunque, il delitto rimane insoluto.

- 22 novembre 1984: dodici ore dopo il rinvenimento di Anna Maria Ponzo, il cadavere di Paola Mainenti, trentuno anni, prostituta, viene rivenuto su una sponda del lago di Albano. Evidenzia segni di percosse al capo e di strangolamento. Due settimane dopo, Attilio Sestu, manovale di ventiquattro anni con precedenti per furto, confessa il delitto. Non emergeranno elementi idonei ad accusarlo anche dei delitti dell’anno precedente.

Consideriamo infine due casi del 1983:

- 19 febbraio: Bruna Vettese, trentuno anni, prostituta, ritrovata senza vita lungo via Appia antica. Delitto insoluto.

- 18 agosto: Regina Gsottenmayer, ventuno anni, turista austriaca, trovata morta in un canneto vicino a Civitavecchia. Delitto insoluto.

Quindi, pur ipotizzando – all’esito della nostra breve speculazione criminologica – di poter attribuire a Giugliano alcuni dei delitti presi in esame nel corso del presente contributo, non possiamo non chiederci se, in quegli anni, operasse nel Lazio un (altro) serial killer mai individuato.