In Baker Street la pioggia cadeva persistente da diversi giorni. Uno scroscio sottile che si alternava alla nebbia londinese, creando paesaggi dalle sfumature smarginate.
Holmes sedeva nella sua poltrona preferita, col violino appoggiato in grembo. Attraverso occhi leggermente socchiusi, osservava pensieroso il fuoco del camino.
Io, il dottor Watson, come sempre ero al suo fianco col taccuino in mano, pronto a trascrivere ogni frammento delle sue gesta.
Vista la serata che si profilava, non credevo ci sarebbero stati grossi risvolti. Avevamo cenato da un pezzo e pensavo proprio che ce ne saremmo andati dritti a dormire.
Mi sbagliavo clamorosamente.
La porta si spalancò all’improvviso, complice la signora Hudson, che ancora si aggirava per l’appartamento nel tentativo di mettere ordine al caos. Col beneplacito della nostra attempata padrona di casa, entrò quindi una giovane donna, dal volto pallido e lo sguardo terrorizzato. Che indossava un lungo cappotto marrone, fradicio di pioggia. Tra le mani, vidi che stringeva un cofanetto di legno.
– Signor Holmes – disse avvicinandosi, – mio fratello è scomparso. E credo che qualcuno voglia uccidermi.
Holmes si alzò con solerzia, come un felino che ha fiutato la preda. Finalmente una sfida interessante! Cibo per il suo cervello. Antidoto contro la noia; contrasto all’ozio e chissà quante altre definizioni. Tutte in grado di strapparlo all’apatia, in cui precipitava ogniqualvolta non aveva dei casi di cui occuparsi, capaci di dargli la giusta carica.
– Sedetevi, signorina. Calmatevi! – consigliò alla ragazza.
E l’afferrò con prontezza per le spalle, prima che la disgraziata crollasse stremata sul pavimento. Quindi l’aiutò ad accomodarsi e le offrì un cordiale, per darle conforto.
– Come vi chiamate? – le chiese, dopo che lei ebbe bevuto.
– Lily White – fu la risposta, mentre le guance tornavano ad essere un po’ più rosee.
– Bene, signorina White, raccontatemi tutto. Senza tralasciare i dettagli, dove spesso si annidano le pervicaci ragioni degli eventi.
Lei non si perse in preamboli. Immaginai fosse una ragazza di poche parole, piuttosto pratica. Perché aprì lo scrigno, mostrandone l’interno. Su un minuscolo drappo di stoffa, c’era una chiave fatta con un materiale che mi pareva ambra. Holmes la prese e la soppesò. L’annusò. Poi si concentrò su un solco, simile a un’incisione, impresso nel lato più lungo dello stelo.
Che attraversava l’oggetto e lo tagliava esattamente a metà.
– Mio fratello George l’ha trovata, ieri l’altro, nello scrittoio del nostro defunto padre. Subito dopo, lui è sparito. Stamattina, questa chiave era sul mio cuscino. Deve essere un avvertimento. Ho paura, signor Holmes! Mi aiuti.
– Non agitatevi e procediamo per gradi. Ditemi, signorina White, quando è morto vostro padre?
– Il mese scorso, di polmonite. È stata una dipartita rapida e inattesa. Ancora ne stiamo sistemando gli affari, con l’aiuto del nostro contabile, per potergli succedere nella conduzione della fabbrica di famiglia.
– Che produce cosa, nello specifico?
– Cordame, per l’industria marittima. Perlopiù fatto in canapa, ma anche in manila e sisal. George saprebbe essere più preciso, perché io mi sono sempre occupata della casa. Nostra madre è venuta a mancare già da parecchi anni e ci siamo divisi i compiti.
– Chi vive con voi?
– Nessuno, signore. Abbiamo una governante a ore, ma faccio tutto il resto da sola. In questo periodo, come dicevo, il contabile soggiorna in casa, per aiutarci con gli affari di papà.
Holmes annuì e tornò a osservare l’oggetto in questione. Lo pose sotto la luce della lampada a olio, poi sorrise.
Quindi interpellò me, che fino a quel momento me ne ero stato impassibile, come uno spettatore strabiliato che non osa interferire con l’andamento fenomenale degli eventi.
– Watson, nota anche lei come l’ambra sia leggermente opaca in questo punto? Qualcosa è nascosto all’interno.
E quasi parlasse alla sua coscienza, senza attendere dal sottoscritto alcun cenno, sollevò una minuscola intercapedine nella chiave, aiutandosi con l’unghia lunga del mignolo. L’operazione rivelò un piccolo frammento di pergamena arrotolato, da estrarre con una pazienza certosina. Holmes lesse per primo il messaggio, poi lo mostrò a me e a Lily. Con una scrittura tutta svolazzi, qualcuno aveva impresso un indirizzo, che portava inequivocabilmente alle frenetiche London Docklands, una sorta di “labirinto di moli”.
– La calligrafia è di papà. La nostra fabbrica si trova nei pressi del porto, però non mi pare che questo sia il recapito esatto – si affrettò a precisare un’ammirata signorina White.
Avevo presente quell’area portuale, come un luogo fumoso, spesso citato a Londra in quanto scenario di traffici illeciti. Eppure Holmes non vacillò nemmeno per un istante, “rinfocolato” dal desiderio di aiutare la sua protetta.
– Watson – mi disse, – ritengo ragionevole pensare che il nostro George non sia affatto morto, ma piuttosto caduto vittima di un’imboscata e tenuto prigioniero. Deve avere effettuato la stessa manovra che ho fatto io poc’anzi, con la chiave. Scoprendo così il biglietto col domicilio misterioso, al quale si è recato. Nella mente del colpevole, la signorina Lily dovrebbe fare altrettanto. Questo perché qualcuno attende laggiù e vuole essere raggiunto.
Ero abituato a trattare con l’acume di Holmes, tant’è che non azzardai domande. Per infondere una certa sicurezza nell’anima fragile che ci stava di fronte, sorvolai sul fatto che lui era giunto a conclusioni che si basavano su un fiuto proverbiale, sebbene in assenza di prove.
Holmes aveva la situazione in pugno e avrebbe risolto il dilemma di Lily White.
La ragazza doveva solo rilassarsi, per quanto possibile.
La pioggia si era magicamente arrestata, lasciando il posto alla solita nebbia. Prendemmo la Hansom Cab, una carrozza leggera per brevi spostamenti. Era un mezzo adatto al trasporto di due persone e il cocchiere si lamentò, quando “infilammo” a forza nell’abitacolo anche la signorina White. Il cavallo non ne avrebbe risentito, dato la corporatura esile e minuta della nostra ospite.
Per cui, alla fine, quell’uomo brontolone si convinse a trasportarci in tre.
Giunti al porto, constatammo che la nebbia era talmente fitta da far sembrare gli ormeggi una landa di fantasmi. Il fiume Tamigi si presentava zeppo di navi a vapore e ci conduceva gorgogliando nella zona malfamata di Limehouse, secondo la specifica indicazione trovata nella chiave di ambra.
Holmes si muoveva rapido, guidato da un istinto che io non avrei mai saputo spiegare.
L’indirizzo corrispondeva a un vecchio magazzino, con la porta socchiusa.
Entrammo. Il locale emanava un fastidioso afrore di muffa, quasi venisse aperto di rado.
Percorremmo una stanza ingombra di oggetti in disuso. Holmes faceva strada, con la signorina White fedelmente abbarbicata al suo braccio, mentre io restavo dietro.
Un rumore di passi ci fece voltare verso una stanza più piccola, situata alla nostra destra. Un uomo alto e vestito di nero, con un cappello a tesa larga, stava trascinando un corpo legato e imbavagliato come un salame.
Holmes fece un balzo e gli saltò addosso. In pochi secondi, lo sconosciuto era a terra immobilizzato. Più che la forza fisica, aveva vinto l’effetto sorpresa.
Il prigioniero, ovviamente, era George White, il fratello di Lily.
Stremato, ma vivo.
Riguardo il carnefice, non ne avevo la più pallida idea.
– Chi è costui? – chiesi a Holmes.
Anche Lily stava pendendo dalle labbra del nostro geniale investigatore.
– Watson, è elementare! – rispose serafico. Poi, rivolto a Lily: – Si tratta del contabile di vostro padre, signorina White. Non lo riconoscete?
Holmes tolse il cappello all’aggressore, rivelando un volto magro e affilato. Che mostrava un ghigno sconcertato, quasi che non riuscisse a mettere a fuoco quel che era successo.
– Chi altri poteva avere accesso alla casa, tanto da lasciare la chiave sul cuscino, addirittura mentre la signorina dormiva?
La ragazza si portò subito le mani al volto, soffocando un grido sgomento. E io capii così che Holmes ci aveva visto giusto, confermando il suo intuito infallibile, che tanto mi affascinava e mi rendeva orgoglioso.
– Curando gli affari di vostro padre, il contabile deve avere scoperto che la chiave di ambra conduceva a un deposito secondario, dove lui teneva titoli e magari del denaro nascosto. Avremo modo di appurarlo! Posso solo ipotizzare, al momento. Però sono certo che il piano ordito da questo gentiluomo mirasse a qualcosa di prezioso, contenuto in questo magazzino. Un posto di cui nessuno era a conoscenza. Che vostro padre teneva nascosto, come uno spazio solo suo. Ed ha inserito il biglietto con l’indirizzo, proprio per evitare che dopo la sua dipartita nessuno lo trovasse più. Se così non fosse, signorina Lily, voi avreste riconosciuto l’ubicazione. Mentre George, fiutando il pericolo, non vi si sarebbe mai recato.
Entrambi i fratelli annuirono, alle parole di Holmes. Lui continuò il suo ragionamento.
– Il farabutto qui presente ha pensato bene di attirare gli eredi, per eliminarli e impadronirsi del “tesoro”. Penso si aspettasse che vostro fratello si confidasse con voi, signorina White, e arrivaste insieme. Ma poiché George era da solo, ha dovuto intercettarvi in due momenti differenti. Certo, un piano folle, il suo! Però, di gente pazza non è forse pieno il mondo? Per fortuna che lo abbiamo fermato.
Il tipo grugnì qualcosa di incomprensibile, ma gli restava ben poco da fare. Ormai il suo disegno era andato in fumo e per lui si aprivano le porte della galera.
Una volta allertati, da Scotland Yard avrebbero presto formalizzato l’arresto.
Lily White si gettò nelle braccia del fratello, che appariva ancora frastornato. Però contento di essere salvo e di rivedere sua sorella. Io stesso procedetti a slegarlo, liberandogli anche la bocca.
– Grazie! – disse sommessamente.
Avrei conservato a lungo, nella memoria, quegli occhi pieni di gratitudine. Non fosse intervenuto Holmes, per i fratelli White si sarebbe messa male.
La chiave posta sul cuscino rappresentava una trappola.
A differenza di George, Lily non aveva trovato autonomamente il biglietto. Ma era stata lungimirante nel rivolgersi proprio a quel genio d’investigatore che, modestamente, divideva con me la sua dimora.
Per fortuna, nessuno si era fatto troppo male. Ed eravamo tutti soddisfatti.
Più tardi, di nuovo tornati in Baker Street 221B, Holmes si accese la pipa.
– Vede, mio caro Watson – mi disse, – il male si nasconde nei luoghi più vicini. La chiave d’ambra, della famiglia White, non apriva nessuna serratura. Direi, piuttosto, un segreto. E i segreti, come lei sa, sono più pericolosi di qualsiasi strumento atto a uccidere.
Mentre la pioggia aveva ripreso a martellare sui vetri, compresi che Holmes, ancora una volta, aveva visto il filo invisibile che lega un enigma alla sua verità.
Ciò che a me sarebbe purtroppo sfuggito, ma questa è un’altra storia.



