Intervista a Marco Forneris, autore di Il Sigillo di Giada (Florestano Edizioni, collana Echi di storie).
Siamo a Pechino, nella Primavera del 2008. Nelle vicinanze di Xi’an, un esercito di terracotta custodisce uno dei più grandi misteri dell’antichità: il Mausoleo del Primo Imperatore, Qin Shi Huangdi. Un sepolcro leggendario, nascosto a quaranta metri di profondità sotto una collina artificiale, circondato da pareti di bronzo e attraversato — secondo le cronache di Sima Qian — da fiumi di mercurio a rappresentare la rete fluviale della Cina.
Quando alcuni profanatori, forse legati a Taiwan, riescono a violare il sepolcro e a trafugare un oggetto di immenso valore simbolico — il Sigillo Imperiale — il governo cinese entra nel panico.
Il vicepresidente Xu Jingguo, appena nominato responsabile della sicurezza per i Giochi Olimpici, teme che la notizia possa gettare ombre sull’immagine del Dragone proprio nel momento in cui la Cina si prepara a mostrarsi al mondo. Attiva quindi in tutta segretezza le indagini, coinvolgendo pochi membri fidati della sicurezza nazionale e uno straniero: David Faure, noto a Pechino per le sue competenze nel recupero di tesori culturali razziati e per i contatti con aziende tecnologiche che potrebbero aver agevolato il furto.
Faure sa che non può rifiutare la richiesta di Xu, né sottovalutarne i rischi: dietro l’invito si nasconde una minaccia implicita.
Ad affiancarlo, due donne: la moglie libanese Jacqueline Chamoun, energica ed enigmatica, e Wu Maylin, colonnello del Guóānbù, lo spionaggio estero cinese. Tra sospetti, doppi giochi e tensioni politiche, Faure dovrà affidarsi anche a vecchi contatti: Dominic Seaward, esperto d’arte rubata, e Christopher de Luna, presidente della casa d’aste Morris & Jenkins.
Il viaggio per ritrovare il sigillo si trasforma in una caccia globale: Xi’an, Fujian, Hong Kong, Taiwan, poi Delhi, Tel Aviv, Londra e un luogo segreto nel deserto del Nevada. Ma tutto conduce di nuovo a Pechino, dove le verità nascoste chiedono il conto.
Marco, nei romanzi il furto spesso rappresenta il motore iniziale della vicenda investigativa. Cosa ti affascina di questo tipo di crimine rispetto all’omicidio tradizionale del giallo classico?
L’omicidio, nel giallo classico, è spesso il detonatore perfetto: immediato, emotivo, definitivo.Il furto, invece, mi affascina perché lascia spazio. È un crimine apparentemente meno violento, ma molto più ambiguo. Dietro un furto importante si nascondono quasi sempre desiderio, potere, ossessione, avidità, ideologia. E soprattutto conseguenze.
Nei miei romanzi il furto non riguarda quasi mai soltanto un oggetto: riguarda ciò che quell’oggetto rappresenta. Nel caso del Sigillo di Giada, il valore economico conta relativamente. Il vero problema è il significato simbolico del Sigillo Imperiale, legato all’idea stessa di legittimità del potere cinese.
In fondo, rubare un simbolo significa mettere in discussione l’ordine che quel simbolo rappresenta. E questo, narrativamente, è molto più interessante di un semplice delitto.
In queste tue nuove pagine il giallo storico diventa lente per osservare dinamiche culturali profonde: le gerarchie implicite, le credenze, le strategie invisibili che regolano la vita sociale cinese. Potremmo dire che il risultato è una lettura della Cina che non semplifica, ma immerge?
È esattamente quello che volevo fare.
Oggi la Cina viene spesso raccontata in modo frammentario: economia, geopolitica, tecnologia, repressione, competizione globale. Tutti temi reali, ma che raramente restituiscono la complessità culturale del paese.
Io volevo evitare sia l’esotismo da cartolina sia il tono da manuale universitario.
Per questo ho scelto il romanzo: la narrativa permette di “sentire” un mondo dall’interno.
Nel libro la Cina emerge attraverso dettagli apparentemente secondari: il modo di sedersi a tavola, il silenzio durante una riunione, il peso delle relazioni personali, il concetto di perdita della faccia, il valore attribuito agli antenati o alla continuità storica.
Anche il wéiqí, il gioco strategico che attraversa il romanzo, non è una decorazione culturale: rappresenta un modo di pensare fondato sul lungo periodo, sul posizionamento, sulla pressione indiretta più che sullo scontro frontale.
Quindi sì: più che spiegare la Cina, ho cercato di immergere il lettore dentro le sue logiche profonde.
Nel romanzo il Mausoleo di Qin Shi Huangdi diventa quasi un personaggio vivente, carico di mistero e fascino. Quanto la seduce, da narratore, l’idea dei luoghi “irrisolti” della storia?
Moltissimo.I luoghi irrisolti sono irresistibili perché rappresentano una frattura tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo soltanto immaginare.
Il Mausoleo del Primo Imperatore è uno dei più grandi enigmi archeologici esistenti. Sappiamo che esiste, sappiamo dov’è, conosciamo le descrizioni di Sima Qian… eppure nessuno è mai entrato davvero nella camera sepolcrale. È straordinario, se ci pensiamo: nel XXI secolo esiste ancora un luogo di quella portata rimasto chiuso per oltre duemila anni.
Per un narratore è una tentazione enorme.
Ma ciò che mi interessava non era soltanto il mistero archeologico: era il valore simbolico del luogo. Qin Shi Huangdi non è un personaggio morto; continua a proiettare la sua ombra sulla Cina contemporanea. L’idea di unità nazionale, di centralizzazione del potere, persino il rapporto quasi sacrale con lo Stato… in parte nascono lì.
Il Mausoleo, nel romanzo, diventa quindi una specie di epicentro invisibile: un luogo sepolto che continua però a influenzare il presente.
“Il Sigillo di Giada” intreccia fatti reali, personaggi ispirati a figure esistenti e ipotesi narrative plausibili. Ritieni che il noir e il giallo siano oggi i generi più adatti per raccontare le dinamiche del potere contemporaneo?
Credo di sì, perché il noir e il giallo lavorano naturalmente sulle zone grigie.
E oggi il potere vive soprattutto lì.
La realtà contemporanea è complessa, opaca, stratificata. Politica, finanza, tecnologia, sicurezza, criminalità organizzata: tutto tende a sovrapporsi. Il romanzo investigativo permette di seguire queste connessioni senza dover trasformare la narrazione in un saggio.
Inoltre il giallo parte sempre da una domanda. E le domande, oggi, sono più interessanti delle risposte immediate.
Nel Sigillo di Giada mi interessava proprio questo: raccontare il potere non come qualcosa di monolitico, ma come un sistema di tensioni, alleanze, paure, rivalità personali e simboli antichi che continuano a produrre effetti molto concreti.
La componente tecnologica del romanzo, dai satelliti ai magnetometri quantistici, aggiunge un taglio techno-thriller alla trama. È una direzione narrativa che intendi approfondire anche nei prossimi libri?
Probabilmente sì, ma sempre cercando equilibrio.
La tecnologia mi interessa molto, anche per motivi professionali, però non volevo scrivere un romanzo “tecnico”. La tecnologia nel Sigillo di Giada è uno strumento narrativo e geopolitico: serve a mostrare come il controllo dell’informazione e della conoscenza scientifica sia ormai parte integrante delle dinamiche di potere.
I magnetometri quantistici, gli sciami di satelliti a orbita bassa, le tecnologie di rilevamento non sono fantascienza: esistono davvero, e nei prossimi anni avranno un impatto enorme, soprattutto in campo militare e strategico.
Mi interessa raccontare quel punto di contatto in cui storia antica e innovazione estrema finiscono per convivere. In fondo, nel romanzo, il Sigillo Imperiale e la tecnologia quantistica sono strumenti per lo stesso tipo di conflitto: quello per il controllo del potere.
Per concludere, se dovessi immaginare il prossimo passo per David Faure, dopo le conseguenze di questa indagine, quale zona d’ombra del mondo contemporaneo lo metterebbe davvero alla prova?
Probabilmente un territorio in cui il confine tra realtà e manipolazione diventa sempre più difficile da distinguere.
Faure è un personaggio che si muove abbastanza bene nel caos geopolitico, nei traffici internazionali, persino nelle ambiguità morali. Ma credo che verrebbe messo davvero alla prova da un mondo in cui l’informazione stessa diventa instabile: identità digitali, intelligenza artificiale, manipolazione delle percezioni, costruzione artificiale della verità.
In fondo, il vero potere contemporaneo non consiste più soltanto nel controllare territori o risorse. Consiste nel controllare ciò che le persone considerano reale.
Ed è una frontiera narrativa che trovo molto inquietante… e molto affascinante.
Autore: Marco Forneris
Editore: Florestano Edizioni
Collana: Echi di storie
In commercio da febbraio 2026
Pagine: 532 p., Brossura
EAN: 9791282085205
Prezzo: Euro 25,00
ISBN 979-12-82085-20-5











