La bestialità è disonorante. Ma mi dica lei, gli animali urlano quando si accoppiano? Con l'eccezione del gatto, che è un animale satanico, niente, gli altri tutti zitti! Mentre la femmina umana strilla. Esiste una vera ragione per urlare quando si prova piacere? Nessuna! Ma se lo immagina il pubblico che interrompe un concerto di von Karajan per il fatto che le loro trombe di Eustachio ruscellano di felicità? No, vero? Allora perché una dama di buona educazione, che non si permetterebbe di sbuffare all'Opera, neanche avesse la tosse canina, si crede autorizzata a mettere in subbuglio tutto uno stabile col puerile pretesto che un signore l'ha penetrata col suo pene? Può rispondermi, caro il mio commissario? Al ristorante va a fare la pipì dicendo che  va a lavarsi le mani, ma nel mio albergo la stronza strilla che gode! E vorrebbe annunciare la cosa anche in audiovisivo, fosse possibile. Si augurerebbe che 4 miliardi di individui che si rompono le palle su questo pianeta assistessero ai suoi exploit e applaudissero. Ripugnante!
Diretto e pungente. Frizzante. Dopotutto “se uno scrittore non è eccessivo significa che non ha niente da dire; quasi tutti i miei colleghi scrivono come le loro mogli servono il tè. Servono dei libri, mentre un libro è invece un proiettile da sbattere in faccia alla gente”.

Perché ho voluto farvi avvicinare a questo passo di Sanantonio? Be’, c’è una motivazione che mi aiuta a introdurre l’argomentazione finale, l’unica idea che può aiutarmi a fare luce in questo mistero particolarissimo. Non che sia una soluzione definitiva, quella che sto cercando, ma quantomeno un’idea che possa aiutarci ad argomentare maggiormente il “caso” del rapimento della figlia di Dard, senza che le numerose coincidenze con il romanzo allora in stesura possano farci tornare sempre sugli stessi percorsi, quelli dell’artificiosità, della finzione al fine di.

Ho introdotto non a caso lo stile di Sanantonio, sia per tratteggiare con maggiore dovizia l’autore francese, sia per tornare al punto di partenza, quel romanzo, La finestra in fondo alla strada, che ha dato avvio al nostro discorso.

Dopo gli eventi che si presumono reali, con il ritrovamento della giovane dietro pagamento di un riscatto considerevole – due milioni di franchi svizzeri, poi recuperati, e il rapitore assicurato alla giustizia – e l’armonia ristabilita, Frédéric Dard ha accantonato per alcuni mesi il romanzo. Messo da parte, come se il ricordo cocente di quanto accaduto rivivesse – e in effetti era proprio così – attraverso le pagine di quel manoscritto. Mesi, dicevamo, in cui probabilmente l’autore ha mutato anche la sua visione delle cose. Dopotutto, la paura di perdere la propria figlia non deve essere esperienza davvero piacevole. Alla fine però lo scrittore che era in lui ha preso di nuovo il sopravvento e il romanzo è stato terminato. Per rafforzare il nostro ragionamento ci affidiamo ancora una volta all’articolo già citato di Franco Marcoaldi, il quale si lascia andare a un’analisti stilistica del romanzo, individuando nella parte finale, quella scritta in un secondo momento a distanza di mesi, uno stile molto diverso, più crudo e malinconico, più “sentito” aggiungerei, come se tutta la vicenda avesse lasciato un segno vero e proprio.

Siamo noi che vogliamo notare questo cambiamento oppure il Frédéric Dard della prima parte non era più lo stesso di quello del finale? Troppe emozioni e troppe coincidenze sono intervenute a scuotere l’animo dello scrittore? E, ci chiediamo, se il tutto fosse stata una semplice macchinazione, come giustificare questo cambiamento? Pentimento, forse? È sufficiente?

Ecco le sue parole, ricordando quegli eventi, sempre dall’introduzione al romanzo:

Dopo non fu più come prima. Mai più. Nell’avventura non era morto nessuno. Ma qualcosa sì.

Qualcosa è cambiato. Già. Forse a noi dovrebbe interessare solo questo.

A me piace rimanere con il dubbio e rileggere le vicende legate a quel lontano 1983 mantenendo viva quella meraviglia che solo gli eventi straordinari possono alimentare, come straordinario era il talento di uno scrittore che ha saputo catturare centinaia di migliaia di lettori. E poi, che nella sua vita permanga quel leggero mistero, non fa che accrescere il fascino di un autore di culto. E anche questo, lo ammetto, mi piace molto.

In un bel passaggio dedicato Mélancolia, leggiamo che “certi periodi importanti della nostra vita si staccano dal nostro destino in punta di piedi”. Non è stato così in questo caso. Il periodo importante della vita dell’autore è stato traumatico e ha lasciato il segno, uno strappo, più che un silenzioso allontanamento.

Al termine delle giornate di Dejallieu, laddove l’autore pensava di aver chiuso una serie di passaggi significativi, possiamo leggere qualcosa del genere: “non c’è nient’altro da dire su questa giornata”.

Allo stesso modo mi congedo da questa mia lunga digressione sulle vicende misteriose di Frédéric Dard/Charles Dejallieu e il rapimento della piccola Joséphine/Dora: “non c’è nient’altro da dire su questo argomento”.