La piattaforma Amazon Prime Video ha rilasciato una nuova serie, di otto episodi, intitolata Carrie. Si tratta del remake del famosissimo Carrie, il primo romanzo di Stephen King, pubblicato nel 1974. In seguito alla sua pubblicazione Carrie ottenne fin da subito un enorme successo e fu più volte adattato per cinema e tv. Tutto questo nonostante il fatto che lo stesso autore non fosse particolarmente convinto della qualità della sua opera… e alla faccia delle numerose censure che per anni hanno “perseguitato” Carrie negli USA e non solo.
La trama è ben nota a tutti i fan di King e dell’horror in generale: Carrie trascorre le sue giornate derisa e isolata dai compagni di scuola, mentre a casa è tormentata da una madre eccessivamente bigotta e ossessionata dal peccato. Particolarmente traumatica è l’esperienza delle sue prime mestruazioni. Non avendo idea di cosa stia succedendo al suo corpo, la ragazza non sa come gestire la situazione e si lascia prendere dal panico, suscitando grande ilarità fra le sue compagne di classe, che la deridono con crudeltà. A guidarle è la ricca e popolare Christine, la “bulla” della classe. In seguito a questo episodio, Carrie comincia a sviluppare incredibili poteri telecinetici.
Successivamente, mossa dai sensi di colpa, una delle altre studentesse, Sue, spera di redimersi offrendo a Carrie la possibilità di vivere “la serata perfetta”. A tal scopo Sue convince il suo ragazzo, lo studente più popolare della scuola, a invitare Carrie al ballo di fine anno. Alla fine della serata Carrie e il suo accompagnatore vengono incoronati re e regina del ballo. Tutto dunque sembra andare per il meglio, se non fosse per il fatto che Christine sta ancora tramando contro Carrie e le rovescia addosso un secchio pieno di sangue di maiale nel momento stesso dell’incoronazione. Per Carrie questa è l’estrema umiliazione, il punto di non ritorno. Comprendendo che la sua vita non potrà mai cambiare e che il suo sogno di integrarsi fra i suoi coetanei è destinato al fallimento, Carrie compie il gesto più estremo cui riesca a pensare: scatena i propri poteri contro i compagni di scuola, gli insegnanti, sua madre e gran parte degli ignari abitanti della città. Un vero e proprio bagno di sangue insomma.
Ma adesso concentriamoci sulla nuova serie. Il fatto che gran parte dei potenziali spettatori di Carrie conosca già la vicenda permette ai creatori della nuova serie di giocare liberamente con la linea temporale, saltando spesso avanti e indietro nel tempo all’interno della storia. Addirittura il primo episodio della serie si apre proprio dal finale, ossia con alcune interviste ai pochi superstiti del massacro di Carrie. Non solo: la serie reinterpreta con uno sguardo nuovo la storia inventata da King e ci permette di raggiungere il ben noto finale passando per “vie alternative” ed esplorando nuove tematiche.
L’aspetto che sicuramente colpisce subito l’attenzione dello spettatore, anche quello più distratto, è costituito dal fatto che la storia è ambientata ai giorni nostri. La vita dei coetanei di Carrie, ma anche degli insegnanti e dei genitori, è irrimediabilmente legata al ruolo dei social media. Non esiste più la privacy, tutto finisce online. Ciò implica che qualsiasi cosa accada rimarrà per sempre rintracciabile e verrà sottoposta al giudizio di una platea potenzialmente infinita. La trama prosegue senza alcuna difficoltà perché la storia inventata da King funziona benissimo negli anni ’70 del secolo scorso così come al giorno d’oggi, nonostante le differenze tecnologiche esistenti fra le due epoche. Mentre nel romanzo l’umiliazione di Carrie resta limitata al mondo scolastico, nella serie (e nel mondo reale) tutto assume un aspetto “globale”, poiché chiunque può accedere ai contenuti pubblicati online. Ciò fa sì che nessuno all’interno della città possa più dirsi ignaro, innocente nei confronti di Carrie e delle altre vittime di Christine, perché ogni azione è documentata e pubblicata online con il nickname di “carriered”, la maschera virtuale che la bulla utilizza per nascondere le sue azioni.
Se state cercando spargimenti di sangue e scene splatter, allora questa serie non fa per voi. Sebbene tutti gli spettatori sappiano in quale direzione stiano andando (ossia verso il massacro finale), la serie non si concentra su questo aspetto della storia. Ciò che attira maggiormente l’attenzione del pubblico e che tiene alta la tensione non sono affatto i poteri sovrumani di Carrie e la sua vendetta, bensì l’analisi delle complicate e spesso contraddittorie dinamiche sociali tipiche dell’età adolescenziale. Anche qui si percepisce chiaramente il tentativo di analizzare un aspetto molto preoccupante della società contemporanea, ossia la terribile fragilità psicologica di un’intera generazione. Un fenomeno globale che proprio in questo preciso momento, in molti Stati, Italia compresa, sta portando allo scatenarsi di una violenza insospettabile e apparentemente immotivata nel mondo dei più giovani.
A tal proposito, è evidente come gran parte della serie sia dedicata non a Carrie e alla sua ambigua madre, bensì alle sue compagne di scuola. Ciascuna di loro costituisce un piccolo universo a sé, ognuna deve affrontare i propri problemi e nessuna sa trovare una soluzione per i propri drammi quotidiani. Molto apprezzabile è l’analisi psicologica del bullo: Christine non nasce malvagia, ma è a sua volta vittima di una famiglia disfunzionale e di un sistema sociale che ci rende tutti vittime e carnefici. Fin dalle prime puntate è evidente come Christine stia assistendo silenziosamente al crollo di tutto il suo mondo. E come se ciò non bastasse, nella sua vita non può contare sull’appoggio di figure adulte stabili, capaci di offrirle un punto di riferimento cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. Perciò, nonostante la sua apparente ricchezza e la sua maschera di ragazza popolare, sempre perfetta e senza scrupoli, Christine è forse il personaggio più fragile e manipolabile di tutta la storia.
E a proposito di manipolatori, anche la figura di Carrie subisce una profonda trasformazione. Mentre la Carrie originale può risultare addirittura irritante nel suo essere perennemente repressa (almeno fino a quando non esplode, scatenando la sua furia sull’intera città), la protagonista della serie è una ragazza ingenua e innocente come una bambina. Per anni ha vissuto nascosta in casa insieme a sua madre e, nel momento in cui si ritrova costretta a interagire con i suoi coetanei, affronta quel nuovo mondo con iniziale entusiasmo e totale fiducia nella bontà altrui, senza alcuna consapevolezza degli eventuali pericoli. Proprio come nel libro, subisce l’umiliazione delle prime mestruazioni, il tutto filmato e pubblicato su Instagram. Diversamente dal romanzo, il suo nome viene utilizzato nel profilo falso con cui Christine prende di mira le sue vittime.
Fino all’ultimo Carrie si aggrappa disperatamente alla speranza che prima o poi anche lei riuscirà a trovare il suo posto in mezzo ai suoi coetanei. Ad aiutarla in questa ricerca vi è Emaline, una studentessa che a sua volta fatica a integrarsi, perché si considera diversa dagli altri. Emaline sospetta fin da subito delle capacità paranormali di Carrie e la spinge ad allenarsi e diventare sempre più potente.
Dopo il massacro Sue, che è sopravvissuta alla furia omicida di Carrie, si domanda chi sia veramente il responsabile della strage. Osserva che tutti, polizia e superstiti, hanno incolpato Carrie, ma nessuno si è posto la vera domanda: chi erano gli sconosciuti che sono improvvisamente apparsi durante la festa e sembravano sostenere Carrie? Diversamente da quanto avviene nel romanzo di King, la protagonista non è più l’unica responsabile della grande tragedia finale, perché nella sua totale ingenuità è stata manovrata o perlomeno influenzata da qualcun altro, un misterioso gruppo di persone dotate di poteri simili ai suoi.
Questo elemento è un evidente richiamo ad altre famosissime opere di Stephen King, in particolare alla cosiddetta “luccicanza”, il potere psichico che accomuna il protagonista di The Shining e Doctor Sleep ad altri personaggi dell’universo di King. In particolare, in Doctor Sleep lo scrittore immagina che un gruppo di individui dotati di poteri psichici utilizzino le loro capacità paranormali a scopi malvagi, assorbendo l’energia di bambini “luccicanti” e uccidendoli barbaramente. Questa connessione fra Carrie e le altre opere di King potrebbe aprire la strada a eventuali nuove stagioni della serie, in cui il pubblico potrebbe assistere al confronto fra Carrie e altri individui “luccicanti”. I fan di King si sono già scatenati con l’immaginazione, ma dai produttori della serie non vi è ancora alcuna conferma in tal senso.
Di sicuro il finale rappresenta un punto di evidente rottura con il romanzo originario: da un lato, la responsabilità della tragedia diventa universale, non più imputabile soltanto a Carrie. Dall’altro, la protagonista sopravvive e probabilmente vivrà ancora altre avventure. Non solo Carrie, ma anche sua madre Margaret sopravvive al massacro. La serie dedica molto spazio a questo personaggio, che non è più semplicemente una squilibrata con tendenze violente. Adesso Margaret appare sotto una vesta più umana, desiderosa di proteggere sua figlia e consapevole del suo potere, di cui ha segretamente paura.
Infine, gli spettatori più attenti noteranno altri richiami più o meno espliciti a problematiche attuali, prima fra tutte quella legata al ruolo della donna in una società che soltanto di facciata ha accettato la parità di genere. Nella realtà dei fatti, la cosiddetta parità è valida solo fintanto che nessuna donna osa dimostrarsi più forte o più abile di un uomo. Quest’idea emerge chiaramente durante le ricerche di Carrie ed Emaline sulla storia delle persone dotate di poteri telecinetici. Le due ragazze scoprono infatti che in ogni momento della storia umana qualunque donna abbia manifestato capacità particolari sia stata oppressa, imprigionata o addirittura uccisa. Tale messaggio viene ribadito più volte nei vari episodi, anche in maniera implicita, per esempio nelle scene in cui Carrie legge Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, la famosa scrittrice canadese nota per il suo costante impegno femminista.












