Cile, 1973. Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell) due agenti della CIA dislocati a Santiago partono per l'Isola di Pasqua, o Rapa Nui nella lingua indigena, per una breve soggiorno. Una vacanza? Una delle tante missioni che la CIA sta eseguendo per sovvertire il governo di Salvador Allende?
La cosa certa è che Chris non è più in sé. Ormai anziano e malato terminale, straparla, senza freni inibitori, di ciò che sta facendo la CIA per interferire nella vita politica del Cile, preparando il colpo di stato di Pinochet, attirando l'attenzione di due studentesse pro Allende, Monica e Alicia (Mariana di Girolamo e Ailín Salas), a Rapa Nui in vacanza. MJ (Steve Buscemi) è decisamente contrariato e ha affidato il compito a Lee di sorvegliare e cercare di scoprire dove Chris nasconda i suoi segreti più reconditi. Lee, da parte sua, ha una missione affidatagli da Chris, e dovrà decidere al più presto a chi andrà la sua lealtà, mentre gli eventi intorno ai due incalzano.
Wild Horse Nine è un film che sulla calma attesa degli eventi da parte dei due protagonisti, che riflettono e dialogano in continuazione sul senso di ciò che hanno fatto nella loro vita e che faranno ancora nei prossimi e decisivi giorni. Nel clima di sospensione dal tempo e dallo spazio di Rapa Nui, sono come in attesa di un Godot, che poi è il motivo recondito per cui sono nell'isola.
Seppure in un isola in mezzo all'Oceano Pacifico, i due però non sono un isola, e i nodi della vicenda si svilupperanno anche sugli scambi con gli altri personaggi. Quelli più vicini, come le due studentesse, con le quali saranno più fitti gli scambi, e quelli più lontani, MJ in primis, ma anche la moglie di Lee (Parker Posey) e il fratello di Chris (Tom Waits).
Non c'è uno scambio di battute che sia fuori senso o fuori luogo nella efficace sceneggiatura di Martin McDonagh, che allo stesso lavora anche parecchio sul far mostrare l'evoluzione dei personaggi attraverso quello che fanno, non solo quello che dicono.
I due protagonisti sono straordinari nella gestione dei loro personaggi, dando ancora una volta prova del loro talento. Anche nei momenti in cui il loro operato può sembrare folle e paradossale, suscitando forse anche cinica ilarità, appaiono sempre totalmente credibili. Non è da meno il cast di contorno, ma sicuramente dall'inizio, sino al finale all'ombra dei Moai, su Rockwell e Malcovich c'è tutta la responsabilità della lieve pesantezza del film.
Piccoli passaggi, come cominciare a chiamare l'isola Rapa Nui anziché Isola di Pasqua, o chiamare i Moai con il loro nome invece che con un generico "teste di pietra". O semplicemente cambiare di posto in auto.
Passaggi di sceneggiatura raffinati come pochi, che stimolano lo spettatore nella percezione, anziché sommergerlo di spiegazioni didascaliche o di dettagli su cosa i personaggi fanno o andranno a fare.
Nonostante l'onnipresenza del dialogo e dell'azione fisica nel film, Wild Horse Nine vive anche di scelte puramente visive. Gli ampi spazi di Rapa Nui e di altre location mettono a confronto le figure umane con la grandezza degli spazi naturali, e anche con l'ingegno umano nel caso dei Moai, in un continuo confronto anche materico. Piccoli esseri umani che si arrabbattano intorno alla loro inutili questioni, quando davanti hanno ciò che forse conta davvero.
Wild Horse Nine conferma la cifra stilistica di Martin McDonagh, vista in visto in Tre manifesti a Ebbing, Missouri, In Bruges e Gli Spiriti dell'Isola, che allo humor nero associa riflessioni, momenti parossistici e teatro dell'assurdo e del nonsense.












