“Colpo perfetto”, “colpo del secolo”. Così la stampa ha prevedibilmente definito il furto all’Antwerp Diamond Center di Anversa, avvenuto il 15 febbraio 2003. Si dice comunemente che i grandi furti e le grandi rapine, spesso destinati a radicarsi profondamente nell’immaginario collettivo, si basino su piani dettagliatamente elaborati e accuratamente eseguiti.

E, secondo schemi narrativi ormai ben conosciuti da lettori e spettatori, ladri dalla non comune abilità – e dunque capaci di sollecitare l’ammirazione del pubblico a prescindere da valutazioni etico-morali – sono destinati a perdere i proventi della loro impresa a causa di un imprevisto apparentemente trascurabile, destinato a vanificare la più metodica pianificazione, la più audace esecuzione.

Alla fine, secondo simili narrazioni, il crimine – comunque sia concepito e attuato – non paga, minato da “quello che i grandi maestri del crimine chiamano giustamente ‘l’imponderabile’”, spiega il capo della banda di ladri protagonista del film Sette uomini d’oro, diretto nel 1965 da Marco Vicario, piccolo capolavoro dell’heist movie all’italiana. Oppure, variazione sul tema, il crimine paga almeno un po’, perché, scontata la pena, i ladri riescono a recuperare, in tutto o in parte, il bottino del furto o della rapina.

In ogni caso, il furto al Diamond Center sembra possedere tutti gli ingredienti di una vicenda riconducibile a tale filone narrativo. Per la sua attuazione richiede una pianificazione che dura ben due anni, da parte di una banda di scassinatori denominata “la Scuola di Torino”. Il gruppo è composto da almeno quattro elementi. Leonardo Notarbartolo, originario di Palermo, soprannominato “l’artista”, la mente organizzativa; Ferdinando Finotto, nato a Grugliasco (Torino), esperto di serrature e casseforti, soprannominato “il mostro”; Elio d’Onorio, nato a Latina, detto “il genio”, hacker esperto di sistemi di sicurezza; Pietro Tavano, di Torino, uomo di fiducia di Notarbartolo, conosciuto come “Speedy”.

Secondo quanto in seguito affermato dallo stesso Notarbartolo, tutto ha inizio dall’idea di un commerciante ebreo di diamanti, operante ad Anversa. Questi avrebbe appunto proposto alla “Scuola di Torino” di derubare il Diamond Center, idea inizialmente scartata perché ritenuta non realizzabile. Ma il committente insiste, mostra ai ladri una replica del caveau del Centro, realizzata in un magazzino del porto, ed offre loro un anticipo di centomila euro.

L’operazione prende avvio. Notarbartolo crea a Torino una società dedita al commercio delle pietre preziose, tramite la quale instaura contatti con il Diamond Center. Presso la struttura belga affitta in seguito un ufficio e una cassetta di sicurezza. Si traferisce quindi ad Anversa con la famiglia. Studia nei dettagli abitudini e prassi del personale del Centro, individuandone utili falle e vulnerabilità. Riprende ogni cosa con una telecamera nascosta nel taschino; un’altra, collocata in prossimità della porta del caveau, gli permette di acquisire le combinazioni utilizzate per accedervi.

Il Diamond Center di Anversa
Il Diamond Center di Anversa

Il giorno prescelto per il colpo, sabato 15 febbraio 2003, è quello successivo all’arrivo dall’Africa di un consistente carico di diamanti, la consegna mensile da parte della De Beers, multinazionale che controlla il 55% del traffico mondiale. Quella sera l’attenzione sarà inoltre focalizzata sulla semifinale dei Diamond Games di tennis, il cui sponsor è appunto il Diamond Center. La struttura sarà infine semi deserta perché, nel giorno di shabbat, gli impiegati ebrei non si recano al lavoro.

Giunge la notte, la banda si introduce nel centro attraverso un edificio attiguo. Impiega una superficie in polistirene per impedire il rilevamento dal sensore a infrarossi. Al momento dell’apertura del portone, una piastra di alluminio mantiene inalterato un campo magnetico lì collocato per registrare variazioni in casi di intrusione.

Dal gabbiotto delle guardie, i ladri recuperano la chiave necessaria all’apertura del caveau, appesa ad un gancio, e la combinazione del lucchetto. Operano al buio, fino a che non riescono a coprire con del nastro adesivo un fotorivelatore posto sul soffitto.

La banda riesce a forzare centonove cassette di sicurezza (non centoventitrè, come riporteranno originariamente i giornali) su centottantanove: utilizza un trapano a mano modificato in grado di aprirne una ogni tre minuti. Solo trasportare fino all’uscita i sacchi contenenti la refurtiva richiede un’ora. I ladri si allontanano dal Diamond Center alle 5,30. Sono a bordo di una Peugeot 307 grigia, presa a nolo. Lasciano i box sotterranei dopo aver sostituito le videocassette del sistema di videosorveglianza con altre contenenti film pornografici.

Raggiungono l’appartamento di Notarbartolo e cenano. La mattina successiva si disfano dei materiali avanzati dalla rapina e dei resti della cena abbandonandoli in un terreno in prossimità dell’autostrada E19, tra Bruxelles e Anversa.

Il proprietario del terreno, August Van Camp, si accorge del materiale abbandonato e informa la polizia. Tra i reperti recuperati, buste del Diamond Center, fatture della società di Notarbartolo e resti di un panino al salame, da cui viene estratto il Dna dell’uomo.

I componenti della banda si dividono: alcuni si dirigono in Olanda, altri in Italia. I profili genetici e le altre tracce presenti sui rifiuti repertati permettono alla polizia di identificarli e arrestarli in pochi giorni. A casa di Notarbartolo gli investigatori recuperano una gemma rubata dal Diamond Center e numerose schede sim prepagate, utilizzate per tenere i contatti con i complici durante la fuga. Altre fonti parlano del rinvenimento, a casa del capo della banda, di oltre diciassette diamanti provenienti dal furto, alcuni dei quali in un tappeto arrotolato.

Nel 2005, Notarbartolo viene condannato a dieci anni di reclusione e ad un milione di Euro di multa, i suoi complici a cinque anni e ad una multa di cinquemila Euro.

Il cervello della banda sconta sei anni di carcere, viene rilasciato nel marzo del 2009 per buona condotta. Nel luglio successivo viene fermato a Milano con una busta contenente oltre un chilo di diamanti, risultati poi scarti di lavorazione, per un valore di circa diecimila euro. Il tutto risulta regolarmente acquistato.

Ferdinando Finotto, arrestato a Torino dopo la rapina, viene processato e condannato in Italia, la richiesta di estradizione da parte del Belgio viene rigettata. Tornato in libertà, rapina gli sportelli bancomat di alcuni centri commerciali nei pressi del capoluogo piemontese e viene nuovamente arrestato. Muore nel luglio 2022.

Al momento dell’arresto, dopo la rapina al Diamond Center, Elio d’Onorio viene interrogato dalla polizia italiana. Ammette di aver installato delle videocamere nell’ufficio di Notarbartolo, ma nega recisamente qualsiasi coinvolgimento nel furto. All’interno del caveau viene però rinvenuto un frammento di nastro adesivo che reca tracce del suo Dna. Nel novembre 2007 viene quindi estradato in Belgio, dove sconta la condanna a cinque anni, come Pietro Tavano.

L’esistenza di un quinto membro della “Scuola di Torino”, soprannominato “il chaivaro” ed esperto nella duplicazione di chiavi, non è mai stata smentita o confermata.

La vicenda ha ispirato due recenti produzioni televisive: Everybody Loves Diamonds, serie Amazon Prima del 2023 diretta da Gianluca Maria Tavarelli, con Kim Rossi Stuart, Anna Foglietta e Gianmarco Tognazzi e Stolen: il colpo del secolo, film documentario diretto da Mark Lewis e diffuso su Netflix nel 2025.

Leonardo Notarbartolo
Leonardo Notarbartolo