Un altro regista capace di portare sullo schermo le atmosfere più che della Venezia dei grandi palazzi, l’ambiente di borghi e cittadine del nord-est italiano (come testimonia anche l’ottimo Il gatto con gli occhi di giada, ambientato parzialmente a Padova) è Antonio Bido.

Solamente nero (1978) è ancora più di Chi l’ha vista morire? una filiazione del thrilling italiano degli anni ’70 del quale riprende molti stilemi giocando su elementi di allora sicuro successo. Riesce comunque ad acquisire una sua personalità, un certain regard, come direbbe qualche “intellettualone” da mostra del cinema, che lo distingue da prodotti similari.

       

Anche qui, come in altri casi, lo spettatore è immediatamente agganciato da una ripresa rallentata (e un po’ confusa) dell’omicidio di una giovane tra i campi, delitto che, ci vien subito comunicato, è rimasto irrisolto. Sin dal tipo di ripresa è ovvio che la scena è come vista attraverso gli occhi di un testimone. Un incubo, forse, destinato a riaffiorare nel momento in cui la vicenda diventerà più drammatica.

Tutto comincia, infatti, un po’ in sordina. Sono passati molti anni e, senza apparente collegamento, conosciamo due dei protagonisti della vicenda sul treno per Venezia. Lui è Stefano, professore di materie scientifiche con il viso di Lino Capolicchio. Lei è Sandra (Stefania Casini) arredatrice, affascinante e residente in un paesino sulla laguna a un passo da Venezia. Con qualche goffaggine Stefano suscita la simpatia della ragazza. Capolicchio, si dice, non era entusiasta di girare un film di genere ma dopo La casa dalle finestre che ridono (1976) di Avati non poteva sottrarsi alla prospettiva di tornare a recitare in un filone di sicuro successo.

Sempre misurato, Capolicchio è l’emblema del giovane intellettuale tormentato di quegli anni. Conserva, rivendendo il film oggi, comunque una notevole presenza scenica, una fragilità che non pare studiata e, per quanto forse non convintissimo del ruolo, decisamente migliore di molti “divi” del cinema e della fiction attuali. L’arrivo sulla laguna già mette sul tavolo le principali carte giocate da Bido. Vicoli stretti, muri a vista, ponticelli e calli, darsene, ma soprattutto un “mondo piccolo” dove si affacciano visi strambi e inquietanti e nel quale tutti sanno tutto di tutti. Stefano si accomiata, per il momento, dalla bella Sandra venuta a trovare la madre adottiva, pittrice e sofferente, e viene accolto dal fratello. Don Paolo (che ha il viso roccioso di Craig Hill) è un prete di nerbo. Ha un passato di contrasti familiari, è entrato in seminario per volere della madre ma si è alienato le simpatie dell’Alto Clero. Vive nella sua parrocchietta con un sacrestano e sembra badare molto al suo piccolo gregge che, a dirla tutta, qualche problema ce l’ha. È proprio in quel luogo in cui, infatti, dieci anni prima si è svolto l’iniziale delitto mai risolto.

Il padre della vittima, operaio marittimo, si aggira tra le darsene ombroso e schivo a ogni contatto umano. Si consola con la bottiglia ma non vuol ascoltare i consigli del medico cui chiede solo un rimedio contro i dolori. Nella comunità, tuttavia, regna un clima greve, e altrimenti non potrebbe essere visto che i personaggi più in vista sono quasi tutti implicati in pratiche al limite della legalità o nascondono dei segreti.

              

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