Tra il 14 giugno 1962 e il 4 gennaio 1964, a Boston (Massachusetts), tredici donne che vivono da sole – tra i diciannove e gli ottantacinque anni – vengono uccise presso le proprie abitazioni, alcune di loro dopo aver subito gravi sevizie e violenze. Particolarmente complessa si rivela l’indagine sui delitti di quello che i giornali definiscono lo Strangolatore di Boston. E dubbi continuano a permanere sull’identificazione del responsabile o, comunque, sulle dinamiche sottese agli eventi.

Le vittime

Anna E. Slesers ha 55 anni, risiede al 77 di Gainsbourogh Street. Divorziata, ha due figli grandi, che non abitano con lei. Vive in un appartamento al terzo piano, si dedica a lavori di sartoria. La sera di giovedì 14 giugno 1962 il figlio Juris, che dovrebbe accompagnarla a una funzione religiosa, giunge a casa della donna verso le 19. Suona il campanello, non ottiene risposta. Alla fine, butta giù la porta ed entra nell’appartamento. Raggiunge il bagno. Trova la madre in terra, senza vita. Con la cinta dell’accappatoio stretta intorno al collo.

La polizia giunge in loco, effettua i primi rilievi. L’esame medico della vittima rivela che ha subito uno stupro. Dall’abitazione sembra sia stato rubato qualcosa, ma nulla di valore.

Sabato 30 giugno 1962. Alle 10 di mattina Helen Blake, 65 anni, viene uccisa da uno sconosciuto. Seviziata e strangolata con una calza di nylon. Rinvenuta in un appartamento in disordine, da cui sono stati asportati alcuni oggetti. La donna abitava da sola.

Lo stesso giorno, verso le cinque del pomeriggio, Nina Nichols, 68 anni, residente a Brighton, viene violentata e strangolata con due calze di nylon. Anche in questo caso, l’omicida asporta oggetti di scarso valore, forse per simulare un omicidio a scopo di rapina. Sul corpo della Nichols, tracce di violenza sessuale. Anche lei viveva da sola.

Domenica 19 agosto 1962. Ida Irga, 75 anni, vedova, abita da sola a Grove Avenue. E viene rivenuta stuprata e strangolata a mani nude.

Lunedì 20 agosto 1962. È la volta dell’infermiera 67enne Jane Sullivan, strangolata con le sue calze e lasciata senza vita nella vasca da bagno del suo appartamento.

Tratto comune delle scene del crimine: la totale assenza di segni di effrazione, l’assassino sembra capace di guadagnarsi la fiducia delle future vittime, inducendole a farlo entrare in casa.

L’omicida torna a colpire mercoledì 5 dicembre 1962. Violenta e strangola Sophie Clark, studentessa 20enne di origine afroamericana. Utilizza tre calze di nylon e gli slip della vittima. Che, al contrario delle precedenti, è molto giovane. Questa volta, forse, c’è un testimone in grado di offrire un contributo alle indagini. Una vicina della ragazza riferisce agli investigatori che, verso le 14,20 di quel giorno, uno sconosciuto tra i venticinque e i trent’anni aveva bussato alla sua porta, affermando di aver ricevuto incarico dall’amministratore del condominio di imbiancare l’appartamento. Accortosi che la donna non era sola in casa, si era rapidamente dileguato. Si trattava dell’omicida? Era quello l’espediente con cui riusciva a indurre le sue vittime a lasciarlo entrare? Le indagini, in ogni caso, non registrano utili sviluppi.

Trascorrono circa tre settimane, lunedì 31 dicembre 1962 la 23enne Patricia Bissette, 23 anni, viene stuprata e strangolata con le calze e la camicetta.

Il 6 marzo 1963, un mercoledì, la sessantanovenne Mary Brown viene picchiata a morte, violentata e strangolata.

Lunedì 6 maggio 1963, un altro atroce delitto. Beverly Samans, 23 anni, viene rinvenuta senza vita in casa sua. Con le mani legate dietro la schiena, la bocca occlusa da due panni, una calza e due fazzoletti legati attorno al collo. Questa volta, però, il decesso non si deve a strangolamento: la giovane presenta ventidue ferite da arma bianca, quattro delle quali inferte alla gola e risultate mortali.

Nessun nuovo delitto fino a domenica 8 settembre 1963: vittima, la 58enne Evelyn Corbin. Ancora una volta, violenza sessuale e strangolamento. La donna viene ritrovata con le sue calze intorno al collo e con un paio di mutandine spinte in fondo alla gola. Disordine nell’appartamento in cui viveva.

Sabato 23 novembre 1963: Joann Graff, 23 anni, strangolata con due calze, che l’assassino lascia strette intorno al collo della giovane senza vita. Tracce di violentissimi abusi sessuali. Uno dei vicini della Graff dichiara di aver visto un uomo di circa 25-30 anni che si aggirava per il condominio, chiedendo dove abitasse Joann.

Sabato 4 gennaio 1964: due ragazze tornano nell’appartamento che dividono con la 19enne Mary Sullivan, a Charles Street. Scoprono la loro coinquilina sul letto, senza vita. Strangolata con una calza e una sciarpa. Un manico di scopa inserito nella vagina. Appoggiato a un piede della vittima, un biglietto con scritto “Buon Anno”.

Queste le vittime che si ritiene di poter ricondurre allo Strangolatore di Boston. Tra esse, le fonti ricomprendono anche Mary Mullen, residente al 1435 Commonwealth Avenue, rivenuta in casa sua giovedì 28 giugno 1962: morta di infarto, forse prima dell’aggressione omicida.

Le vittime dello Strangolatore di Boston
Le vittime dello Strangolatore di Boston

L'indagine

La vicenda si intreccia con una serie di molestie sessuali, consumatesi nella zona di Cambridge, alcuni anni prima. Uno sconosciuto si presentava a casa delle vittime, dicendo di chiamarsi Johnson e di essere il talent scout di un’agenzia di modelle. Alcune delle donne interpellate acconsentivano a farsi prendere le misure e l’uomo, procedendo in tal senso, toccava ripetutamente le loro parti intime. Al temine, il soggetto si congedava, preannunciando un riscontro dall’agenzia, ovviamente mai pervenuto.

Le vittime di molestie avevano segnalato la circostanza alla polizia, che aveva avviato un’indagine ed era giunta a individuare un individuo sospetto che tentava di introdursi nell’abitazione di una donna. Sottoposto a interrogatorio, l’uomo aveva ammesso di essere il responsabile delle molestie. Si chiamava Albert DeSalvo, 29 anni, operaio in una fabbrica che produceva gomma. Una moglie e due figli. E alcuni precedenti per furto ed effrazione. Condannato per molestie a 18 mesi di carcere, era uscito nell’aprile 1962 per buona condotta.

Nel 1964, in Connecticut, si registrano varie aggressioni sessuali riconducibili a uno sconosciuto soprannominato “l’uomo verde”, perché aduso a presentarsi a casa di donne sole indossando una tuta verde e affermando di essere un operaio. Introdottosi nelle abitazioni, aggredisce e stupra le vittime.

Una donna è in grado di fornire alla polizia una descrizione del violentatore, idonea a trarne un identikit somigliante a DeSalvo. Che la stessa donna riconosce in sede di identificazione. Albert viene quindi nuovamente tratto in arresto nel novembre 1964.

L'arresto di Albert DeSalvo
L'arresto di Albert DeSalvo

In carcere, DeSalvo divide la cella con George Nassar, condannato per omicidio. Sembra che confessi all’uomo di essere responsabile, oltre che degli stupri dell’“uomo verde”, anche degli omicidi dello Strangolatore di Boston. È quanto Nassar riferisce al suo avvocato, Francis Lee Bailey, che a sua volta si rivolge agli inquirenti. Interrogato, Albert ammette di essere il serial killer. Descrive gli omicidi, menzionando dettagli sulle vittime e sulle scene del crimine non divulgati dagli investigatori.

Testimoni che avevano riferito di aver visto lo Strangolatore a ridosso di alcuni delitti, tuttavia, posti a confronto con DeSalvo, non lo riconoscono. E, sorprendentemente, rilevano che il soggetto da loro notato risulta somigliante a George Nassar.

Lo psichiatra Harry Kozol giudica Albert in grado di affrontare un processo e, nel 1967, l’uomo viene condannato all’ergastolo per le violenze sessuali dell’“uomo verde” ma non per gli omicidi dello Strangolatore. Lo stesso anno, riesce a evadere di prigione e, tre giorni dopo, si riconsegna alle autorità. Destinato a un carcere di massima sicurezza, ritratta la confessione in precedenza rilasciata, dichiarandosi estraneo agli omicidi. Il 25 novembre 1973, viene accoltellato mentre si trova nell’infermeria del carcere. Il suo assassino non viene identificato.

DeSalvo era lo Strangolatore di Boston?

Il 6 dicembre 2001 James Starrs, della George Washington University, dichiara di avere recuperato sui resti mortali e sui vestiti di una delle vittime dell’omicida seriale tracce genetiche appartenenti a due diversi soggetti, nessuno dei quali risulterebbe essere DeSalvo. Secondo Starrs, questi sarebbe stato quindi un mitomane in cerca di notorietà, estraneo ai delitti. In effetti, lo psicologo Ames Robey, che lo aveva sottoposto a valutazione in carcere, aveva ravvisato in lui, oltre a una insolita capacità di memorizzare dettagli, una accentuata attitudine narcisistica, associata a un continuo bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione.

L'11 luglio 2013, la polizia di Boston annuncia invece che l'esame del Dna estratto dal liquido seminale recuperato dalla scena dell’omicidio di Mary Sullivan sarebbe riconducibile a DeSalvo.

Dal punto di vista criminologico consideriamo, d’altra parte, che il profilo dello Strangolatore di Boston sembrerebbe adattarsi, più che a DeSalvo, al suo compagno di cella George Nassar di cui, come abbiamo visto, delle testimonianze avrebbero rimarcato la somiglianza con il probabile omicida.

Permangono quindi dubbi sulle reali dinamiche della vicenda. Gli omicidi sono stati commessi da più persone? DeSalvo ha confessato omicidi compiuti da altri? Si è ipotizzato che i crimini siano attribuibili a Nassar, che avrebbe in seguito fornito ad Albert i dettagli relativi alle vittime e alle scene del delitto, per rendere plausibile la sua falsa confessione. Intento della macchinazione dei due, sarebbe stato quello di acquisire l’ingente ricompensa promessa a chiunque avesse contribuito all’individuazione dell’omicida e lasciarla alle proprie famiglie.

Si è anche valutata la possibilità che i primi sei delitti siano da ricondurre a un omicida seriale poi trasferitosi a New York – dove avrebbe continuato a colpire – e che i successivi siano frutto di emulazione, con differenti profili vittimologici (donne più giovani rispetto alle precedenti).

La vicenda, insomma, presenta aspetti ancora non chiariti in modo conclusivo. Al caso dello Strangolatore di Boston sono stati dedicati due lungometraggi. Il primo è del 1968, diretto da Richard Fleischer, con Tony Curtis nel ruolo di Albert DeSalvo ed Henry Fonda. Una pellicola realizzata a ridosso dei fatti, che tratta il caso in modo semplicistico e romanzato: dà per certa la colpevolezza di DeSalvo, evocando con disinvolta spregiudicatezza categorie e problematiche psichiatriche (schizofrenia, personalità multipla, delitti commessi in stato di incoscienza e subito dopo rimossi, etc.) non riscontrate da chi ha esaminato il soggetto. Senz’altro un’ottima interpretazione di Tony Curtis, in un ruolo per lui insolito, ma nulla di attinente al vero Albert DeSalvo.

Il secondo lungometraggio dedicato allo Strangolatore di Boston risale al 2023, è diretto da Matt Ruskin, interpretato da Keira Knightley e Carrie Coon e ricostruisce l’inchiesta giornalistica sul caso curata all’epoca da Loretta McLaughlin e Jean Cole per il Boston Record. Propone una lettura dei fatti più complessa, prendendo in esame l’ipotesi degli omicidi non riconducibili al medesimo soggetto e della complicità tra Nassar e DeSalvo.

Keira Knightley ne "Lo Strangolatore di Boston" diretto da Matt Ruskin (2023)
Keira Knightley ne "Lo Strangolatore di Boston" diretto da Matt Ruskin (2023)