Le fatiche di Hercule di Agatha Christie, Mondadori 2012.

Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Poirot. Siamo nella sua casa tutta squadrata, dalla stanza stessa in cui si trova alle poltrone, ai mobili, alle sculture di cubi, ad una composizione geometrica con filo di rame. Tutto preciso, tutto razionale. Non pende un capello. Davanti a lui il dottor Burton, professore all’Al Souls, “grassoccio e trasandato”. Bonario. E curioso. Soprattutto del suo nome. Hercule, perché? Tanto più che Poirot non assomiglia un fico secco all’eroe mitologico. Piccolo e lindo, testa d’uovo, giacca nera, farfallino elegante, baffi folti, scarpe di vernice. Diciamo pure tutto l’opposto e certo l’amico non ha letto i classici se non sa capacitarsi di questa disuguaglianza. Vero. Lacuna che il Nostro colmerà subito dopo l’uscita di scena del dottore. Prima di andare in pensione e darsi alla coltivazione delle zucche accetterà dodici casi con particolare riferimento alle dodici fatiche di Ercole (nel frattempo si è documentato con l’aiuto della segretaria Lemon).

Tra l’altro, secondo lui, esiste un punto di contatto con l’immarcescibile eroe “sia l’uno che l’altro, indubbiamente, erano stati lo strumento necessario a liberare il mondo da certi flagelli…”. Sottinteso che i suoi sono più importanti.

Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Hercule Poirot. Come si diceva una volta per una pubblicità, basta la parola. L’effetto è diverso (si spera) e per il recensore una manna dal cielo.

Buona lettura!

P.S. D’accordo, vi elenco almeno le dodici fatiche che un ripassino mitologico fa sempre bene.