Ora approfondiamo un altro singolare aspetto, come vive uno scrittore l’appartenenza a un “genere” letterario, spesso sottovalutato e a torto considerato da molti di serie B? Siamo davanti al grande dilemma che appassiona schiere di critici e di lettori: il giallo-noir è una letteratura poco impegnata, prevalentemente di svago, o non è piuttosto un genere che si presta ad effettuare analisi sociologiche e psicologiche di quelle pulsioni che sono caratterista pregnante dell’essere umano? E soprattutto, tu ti senti a tutti gli effetti uno scrittore di genere, oppure no?

Mi trovo spesso a battagliare su questo argomento, e cerco di riassumere in poche parole un’argomentazione necessariamente molto più complessa. La civiltà occidentale post classica, quindi a partire dal secolo XI, ha messo a punto in realtà un solo genere narrativo: il racconto di trasformazione di stato. Ossia da quel momento ogni storia è la storia di “qualcuno” cui succede “qualcosa”. Ciò avviene perché l’età moderna abbandona la percezione classica del tempo, immutabile e circolare, per abbracciarne un’altra, lineare e indefinita. Questo dà vita a una narrazione che conosce sostanzialmente due sole forme: la quest, dove il personaggio muove verso il conseguimento di un obiettivo, e l’aventure, dove il personaggio è mosso da una serie di avvenimenti che intercettano il suo percorso. Il numero sterminato di storie prodotte negli ultimi nove secoli non sono altro che successive declinazioni di questo modello base, una delle quali è appunto il giallo-noir. Essa è di serie B rispetto ad altre, il romanzo storico, quello sociale o quello psicologico? Dipende da come è fatto il singolo romanzo, e soprattutto dal nostro atteggiamento nei confronti dell’esistenza. Evadere con la fantasia dal mondo contingente per esplorare con la mente possibilità alternative è un tratto negativo, decadente, conservatore? O non è invece il primo motore di tutte le evoluzioni, trasformazioni, rivoluzioni dell’umanità? Il mondo lo cambiano di più gli economisti o i sognatori? Quanto poi a me, io mi sento assolutamente uno scrittore di genere, ma del genere mio.

Personalmente tu come ti poni nei confronti dei filoni che vanno per la maggiore, se esiste (ammesso che esista) un fenomeno letterario di tendenza, qualcosa che si può ritenere assodato piaccia al pubblico, è corretto o meno ispirarsi ad esso, o conviene piuttosto salvaguardare la propria individualità anche a costo di non andare incontro ai favori del pubblico (e conseguentemente di non essere presi nemmeno in considerazione dalle case editrici)? Ogni autore, naturalmente avrà la sua risposta, o la sua mediazione tra questi due opposti, la tua soluzione a tale proposito qual è?

È corretto soltanto se quello che piace al pubblico piace anche a te. Negli ultimi anni ha avuto molto successo il noir: se si nutre un sincero interesse per il noir è perfettamente lecito provare a scriverne un altro. Inutile e controproducente è invece allinearsi su temi o stili che non sono nostri, soltanto perché quello chiede momentaneamente il mercato. Conosco casi di romanzi tradizionalissimi che sono stati “noirizzati” per l’occasione, introducendovi a forza qualche ammazzamento. Ma senza grandi successi. Certo, anche gli scrittori devono mangiare, ed è forte la tentazione di cavalcare l’onda favorevole. Ripeto, se uno pensa di saperlo fare, lo faccia pure.

Un fattore da non dimenticare, soprattutto per chi è agli inizi, è quello dell’ambientazione. Vale la pena di sbilanciarsi descrivendo paesaggi e situazioni che non ci sono note, o non sarà piuttosto consigliabile (almeno agli inizi) mantenersi su un territorio maggiormente conosciuto? Ad esempio, vorresti così in due righe, descriverci la tua città natale come se fosse l’ambientazione di un romanzo? Giusto per dimostrare che l’ispirazione può veramente trovarsi anche sotto ai nostri occhi.

In due righe? Non sarei mica capace! Finora ho ambientato a Roma quattro romanzi, La crociata delle tenebre, La regola delle ombre, Il sepolcro di Gengis Khan (!) e La sequenza mirabile, e ne sono venute fuori quattro Rome diverse, antiche e moderne, sopra e sotto la superficie. Potrei scriverne altri cinquanta, e non avrei ancora finito. E non perché Roma sia Roma, lo stesso discorso varrebbe anche per un paesello. Il luogo in cui viviamo alla fine è quello che ci è meno noto, esattamente come l’epoca più sconosciuta e incomprensibile tra tutte è proprio quella in cui viviamo. Se dovessi provare di nuovo a descrivere la mia città direi allora: “Svoltai l’angolo, e non capii dove fossi finito, né perché.”

E infine, come cambia lo stile quando uno scrittore matura o, molto più semplicemente, quando impara a superare i primi ostacoli e acquisisce maggiore dimestichezza con lo strumento del narrare e maggiore disinvoltura nell’applicazione delle tecniche di scrittura? Che differenze hai rilevato nelle tue ultime opere rispetto a quelle degli esordi, come potresti descrivere il tuo cosiddetto processo di “maturità artistica”?”

Difficile rispondere, soprattutto parlando di se stessi. Io ho l’impressione di non aver cambiato nulla, ma è la stessa sensazione che proviamo davanti ad una nostra fotografia di qualche anno fa: non siamo noi che siamo invecchiati, è quell’immagine che è troppo “giovane” rispetto al giovane che siamo adesso. Sicuramente si diventa in qualche modo più “bravi”, ma in che consista questa maggior bravura, semmai, devono dirlo gli altri. L’ennesimo tasto dolente riguarda le recensioni e il parere del pubblico, che si tratti di normali lettori, addetti ai lavori, critici o giornalisti. Le critiche negative sono costruttive, vanno tenute in considerazione, o rischiano di affossare definitivamente le aspirazioni di un novello scrittore o di far desistere uno magari già affermato? Tu in proposito come ti regoli? Credo che in questo campo valga una regola semplice: ascoltare attentamente le critiche di chi è più bravo di te, ignorare le critiche di chi è solo diverso da te.