Cantautore, fotografo, giornalista, ex poliziotto, nel 2013 approda poi al mondo letterario con il libro di racconti dal titolo "Il mio nome è Leponte… Johnny Leponte", illustrato della pittrice Milvia Quadrio, ristampato poi nel 2017 da 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni di Follonica in una seconda edizione aggiornata. Sempre nel 2017, per ANA Edizioni / Collettivo ARBOK, pubblica il racconto breve “La multa”. A distanza di tre anni, lo scorso febbraio torna sul mercato editoriale con il thriller noir Antonio Scalonesi: memoriale di un anomalo omicida seriale, la storia autobiografica di Antonio Scalonesi, un uomo assolutamente normale, imprenditore immobiliare e ex sportivo d’elite, benvoluto e rispettato da tutti, che il 21 novembre del 2011 si presenta presso la Procura della Repubblica e del Cantone Ticino di Lugano e chiede di incontrare l’allora Procuratore pubblico Giuseppe Cortesi, al quale confessa di essere un serial killer. Improvvisamente Cortesi si ritrova davanti a un racconto dai risvolti terribili e inimmaginabili, una lunga serie di delitti che a partire dal 2004 e fino al 2010 si dipana fra Svizzera, Italia e Francia. Ma non è tutto, perché nello svolgersi della confessione ad un certo punto la storia sembra ribaltarsi fino a rivelare un arcano inaspettato che proietta Scalonesi all’interno di uno spietato intrigo internazionale. Antonio Scalonesi è davvero chi dice di essere oppure è un abile millantatore che riesce a destreggiarsi abilmente fra menzogna e verità?

 

Davide, come è nata l’idea di trascrivere a tutti gli effetti una confessione-fiume corredata da una ricca letteratura fatta di articoli di giornali, rapporti di polizia, analisi di esperti e quant’altro, pubblicati a suffragio di quanto raccontato? Inoltre, che criteri deve rispettare la trama per appartenere a pieno titolo al genere spoof?

Partiamo dalla seconda parte della domanda. Lo spoofing è un genere di racconto che può adattarsi a differenti forme artistiche, e non solo alla letteratura o alla scrittura. Esistono documentari spoff, generi cinematografici spoof. Ma non solo, lo spoof viene anche utilizzato nel corso di attività di spionaggio, per creare e diffondere la disinformazione durante i conflitti bellici o, magari, per sobillare dei colpi di Stato o spostare un certo numero di voti nel corso di un’elezione, manipolare le masse, ecc.  In sintesi, lo spoof è una forma “sofisticata” di fake news, ovvero una bugia costruita talmente bene da apparire più credibile della verità stessa. Il trucco sta nel riuscire a mescolare sapientemente cose vere e fatti realmente accaduti con eventi completamente inventati. Per fare questo si falsificano anche documenti, si creano prove false e si costruiscono rapporti medici, scientifici e quant’altro inoppugnabili. Un esempio pratico di spoofing che mi piace raccontare quando devo spiegare cosa sia uno spoof è quello del caso dell'autobiografia del misantropo miliardario americano Howard Hughes, realizzata nel 1971 dallo scrittore americano Clifford Irving.  In verità questa nacque come un falso con l'intento di truffare la casa editrice per la quale Irving lavorava, ma resta comunque un esempio perfetto di come si realizza uno spoof. Irving per molti mesi lavorò a questa importante biografia, facendo credere al suo editore di aver ricevuto dallo stesso Howard Hughes l’incarico di raccogliere una serie di interviste registrate per poi arrivare alla pubblicazione di un libro di memorie. In realtà lo scrittore realizzò la sua opera attingendo a diverse fonti storiche e ai racconti di alcune persone che in passato erano entrate in contatto con Hughes. Quello che gli mancava per completare il lavoro se lo inventò di sana pianta. Per avvalorare il tutto Irving creò anche delle lettere manoscritte e diversi appunti, falsificando la calligrafia e la firma di Hughes. Inoltre incise il racconto su nastro, imitando addirittura alla perfezione la voce e le inflessioni del magnate americano. Un lavoro talmente perfetto che nessuno avrebbe potuto mettere in dubbio la veridicità dell'opera, tranne naturalmente il protagonista stesso, ovvero Howard Hughes.

L'inganno venne a galla solo pochi giorni prima della pubblicazione, quando già il libro era stampato e pronto per essere distribuito. Quasi tutti i volumi vennero distrutti (centinaia di migliaia di coppie) e in seguito Irving fu processato e condannato.

Se la medesima opera fosse stata realizzata modificando il nome del protagonista e affermando che in realtà tutta la storia era falsa, ecco che ci saremmo trovati davanti allo spoof perfetto e nessuno avrebbe potuto contestare alcunché a Clifford Irving.

Per tornare alla prima parte della tua domanda, ti posso dire che l’idea di questa storia parte da lontano. Oltre 20 anni fa, quando ancora ero un agente del corpo delle Guardie di Confine svizzere, mi capitò di eseguire un paio di arresti assai impegnativi, uno in particolare a Basilea, quando fermai un personaggio pluriricercato per rapina a mano armata e crimini diversi contro le persone. In risposta alla mia domanda se fosse armato, questi affermò che se lo fosse stato di certo non si sarebbe fatto arrestare… lo disse come se stesse parlando delle vacanze al mare. Non so se mi spiego. Un altro caso fu il fermo di un rapinatore al valico di Stabio. In quell’occasione rimasi impressionato dal modo di mentire spudorato di questo personaggio, dalla sua abilità nel mescolare le carte per arrivare a incantare chi stava dall’altra parte.

Gli incontri con questi due personaggi – e altri ancora -, sebbene piuttosto brevi mi avevano invogliato a pensare alla possibilità di scrivere una storia dove il protagonista racchiudesse le caratteristiche dei criminali con i quali ero venuto in contatto. E, ovviamente, hanno contribuito in modo importante nell’abbozzo del carattere di Scalonesi, anche se poi, un po’ alla volta, è andato a profilarsi autonomamente.

La necessità vera e propria di scrivere questo racconto si è però sviluppata in due periodi difficili della mia vita, dapprima a causa del divorzio che ha travolto la mia regolarità famigliare e, un paio di anni dopo, l’evento di una grave malattia che improvvisamente mi ha aggredito e cambiato per sempre la mia esistenza. In quei momenti la negatività che mi portavo addosso era talmente gravosa da non permettermi più di vivere serenamente. Dovevo trovare il modo di esorcizzarla prima che potesse trascinarmi a fondo. Ho allora iniziato a buttare sulla carta il mio lato oscuro che in quel momento emergeva in tutta la sua forza. E così è nato questo personaggio e, poi di seguito, tutta la storia che ha portato alla realizzazione del romanzo.

In verità per riuscire a portare a compimento l’opera è stato basilare l’aiuto di diversi specialisti che hanno voluto collaborare con me, quali l’ex capo della polizia scientifica del Cantone Ticino, un rinomato psichiatra, un armaiolo, colleghi giornalisti, avvocati, ecc. È soprattutto grazie a loro che questa storia è diventata talmente vera da trasformarsi in un vero e proprio spoof.

Nella sua confessione Scalonesi racconta anche che a un certo punto, a seguito di una sua azione temeraria all’interno del Musée d'Orsay di Parigi, gli eventi si siano però capovolti, proiettandolo al centro di un complicato intrigo internazionale che da cacciatore lo ha trasformato in preda. È labile il confine tra spietato carnefice e vittima nella figura del serial killer?

Davide Buzzi
Davide Buzzi

L’aneddoto da te raccontato è in realtà il capitolo chiave che rimescola tutte le carte della storia. Innanzitutto, e nel modo più inaspettato, l’evento che vede Scalonesi protagonista all’interno del Musée d'Orsay rivela anche un importante aspetto umano del personaggio, che forse non era andato a Parigi con l’intento di assassinare qualcuno, quanto perché intenzionato a impossessarsi di qualcosa. I motivi non sono chiari e non li rivela nel corso della sua confessione, ma è vero che per riuscire nella sua impresa doveva prima di tutto penetrare all’interno del museo parigino. È in questo senso, ecco, che diventa importante anche la visione del booktrailer “Nicolas Sagnier”, un vero e proprio cortometraggio di un capitolo volutamente non presente all’interno del libro. Cinque minuti di pura tensione, ambientati all’interno di una tormenta di neve, che potrebbero rivelare molto degli antefatti di quell’oscura vicenda.

Comunque sì, riprendendo il tuo quesito posso risponderti che, certo, il confine fra vittima e carnefice è piuttosto labile. Non dimentichiamo che, prima di tutto, Scalonesi è un essere umano, con una sua moralità magari anche contorta, ma comunque sempre presente. Il che fa sì che l’uomo possa anche avere delle fragilità e saranno proprio queste a tradire il nostro serial killer.

Quali aspetti psicologici tipici del genere noir hai conferito al temibile Antonio Scalonesi?

La normalità del vicino di casa, la gentilezza del venditore e la spietatezza del killer. Ma anche il senso di invincibilità che si impossessa del protagonista man mano che le sue azioni criminali aumentano. Scalonesi si crede un Dio in terra e questo provoca in lui anche una grande frustrazione, in quanto nessuno gli può riconoscere la sua grandezza, dal momento che non può rivelare la sua entità criminale. Il suo più grande dramma sarebbe quello di morire senza che gli venga riconosciuta la grandezza della sua opera, per questo a un certo punto decide di costituirsi. Ma non sarà solo il fatto di dover raccontare a far sì che Scalonesi si consegni al Procuratore pubblico Cortesi, in verità la questione si rivelerà essere ben più complessa e malvagia.

Quale lavoro di documentazione ha preceduto e accompagnato la stesura?

Tanta ricerca, come anche l’analisi di diversi documenti di casi realmente accaduti. Inoltre, per molto tempo ho voluto approfondire il tema legato alla mentalità criminale, leggendo diversi libri sulla questione, biografie di delinquenti, truffatori e altro ancora. Poi, a un certo punto, ho scoperto il mondo oscuro dei serial killer. Non è che prima non conoscessi l’esistenza di questo particolare tipo di criminali, ma non avevo mai considerato la loro complessità mentale. Quando ho iniziato a leggere le biografie di alcuni assassini seriali vissuti in periodi storici diversi, ho scoperto un fatto che li accomuna tutti e che, proprio per questo, li differenzia totalmente da ogni altro genere di criminale, ovvero il senso di inferiorità che li opprime e che li porta a essere arrabbiati con il mondo, unito al loro grande bisogno di dimostrare a se stessi – e di conseguenza agli altri – la loro “onnipotenza”. L’attività di serial killer è, tuttavia, un lavoro che va esercitato nella più assoluta segretezza e tale aspetto comporta in queste menti l’insorgere di un altro conflitto e di un’ulteriore frustrazione: l’impossibilità di poter rivelare la loro identità.

Una faccenda davvero complicata e interessante che, come detto poc’anzi, ho potuto gestire e raccontare grazie alla collaborazione di diversi specialisti, fra cui lo psichiatra e criminologo Dott. Orlando Del Don e l’ex avvocato di Bernardo Provenzano Giovanni Martines.

C’è un messaggio che desideri dare al lettore?

 

In ognuno di noi esiste un lato oscuro che, fortunatamente, nella maggior parte dei casi rimane buono e nascosto per tutta la vita, ma qualche volta, nei soggetti più fragili, riesce e rivelarsi, spesso anche in modo estremamente drammatico. Per questo il rispetto umano nei confronti di ogni  persona è molto importante, per non dire basilare, per evitare l’insorgere di problematiche psicologiche. Il mobbing, la violenza, lo stalking, la derisione, il razzismo, la denigrazione possono scatenare nelle persone meno forti reazioni inaspettate, fino a far commettere loro delle cose veramente mostruose.

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