Alla fine di settembre 2008 Eric Pfanner dell’International Herald Tribune, ha lanciato una provocazione: tentiamo di risolvere i misteri legati alla regina del crimine, Agatha Christie. Il suo articolo era intitolato come uno dei più bei romanzi della scrittrice inglese "Murder is Easy" (in Italia tradotto con: E’ troppo facile). 

A più di trent’anni dalla scomparsa della Christie, è ancora polemica sul rifiuto degli eredi di adattare, ritoccare ad hoc e abbreviare alcuni romanzi per proporli a un mercato più vasto: quello cinese, indiano ecc. La cosa stupisce anche perchè gli whodunits di Agatha sono spesso stati trasformati in film, serie televisive, fumetti, giochi per pc e cartoni animati. Il mistero si infittisce se si pensa che esistono versioni brevi e adattate dei classici della Christie: tra tutti spicca per qualità e impaginazione una versione breve di 88 pagine di "Death on the Nile" della Penguin Readers Series, pensata per gli studenti stranieri che vogliono imparare l’inglese. Questo fino a questo momento...

 

Mathew Prichard, il nipote della Christie, ha da poco rilasciato un’intervista all’Herlad Tribune in cui dice testualmente: "Mia nonna era ossessionata dal fatto che le sue opere potessero essere ridotte, tagliate e ritoccate. Penso che avesse ragione, era giusto pensarla così ai suoi tempi. Ma credo che adesso le cose siano cambiate, e che si debba dare l’opportunità di leggere i libri di mia nonna al maggior numero di persone possiblile!".

 

Gli eredi della Christie però insistono su un punto: che le versioni rimaneggiate restino fedeli allo spirito del libro originario e che si continui a mantenere quel rapporto di fascinazione che i lettori subiscono grazie a ciò che gli inglesi chiamano red herrings (da noi sarebbe qualcosa simile a fumo negli occhi), e che i personaggi siano tutti inseribili (come del resto Agatha si sforzava di fare con successo) nella rosa dei sospettati. "Staremo attenti – continua Prichard - affinché ciò che sarà il prodotto finale, sia comunque un Agatha Christie".

 

Tutto ciò vuol dire, per Prichard, che supervisionerà personalmente le bozze dei condesati (o versioni brevi, come più vi aggrada) della nuova versione di "Death on the Nile".

Di fondamentale importanza saranno anche le note linguistiche. Prichard è ben intenzionato a mantenere molte parti dell’originale, cercando di limitare al massimo le note. Non è una cosa semplice per la Penguin: la collana Penguin Readers, infatti, può contenere un massimo di 2.300 parole e la Christie, si sa, usa molti aggettivi e qualche costruzione antiquata.

 

Ma Jocelyn Potter, editor della collana Blue Stone Books della casa editrice Parson, dice che per gli studenti è un supplizio fermarsi ogni minuto per vedere ogni parola nuova. E lei lo sa bene visto che ha curato le versioni brevi e facilitate di "Death on the Nile" e "The Body in the Library" per la Pearson.

 

E c’è anche il problema, da non sottovalutare, di continuare a mantenere le frasi in francese di Poirot. Così in "Death on the Nile" Poirot descrive due dei sospettati come "une qui aime et un qui se laisse aimer" – tradotto in inglese (in una nota a pie’ pagina) come: "a woman who loves, and a man who allows himself to be loved." Che ci sembra un po’ artificioso e che in italiano suona come: una che ama e uno che si lascia amare...

 

Ma il mistero risolto in poche pagine di cui parlava il titolo dell’articolo di Eric Pfanner, ci chiediamo noi, dov’è? Nella lingua di Agatha o nella risoluzione purista del nipote?