In questi giorni è uscito nella collana Sherlockiana Investigazioni il romanzo di Marco Gaviani dal titolo Sherlock Holmes e il cammino del poeta. Si tratta di un apocrifo che vede luce nelle nostre edizioni cartacee e che merita grande attenzione da parte degli appassionati del grande detective.

Di seguito puibblichiamo un'intervista con l'autore, in modo da conoscerlo meglio.

A che età ti sei avvicinato al personaggio del 221B di Baker Street di Arthur Conan Doyle?

Nell’introduzione del romanzo dico che ho ricevuto in regalo “Uno studio in rosso” all’età di nove anni ma l’ho poi letto tre o quattro anni dopo, e comunque, in realtà, il primo racconto che ho letto è stato “l’avventura dei sei Napoleoni”, credo avessi 12 anni.

Che tipo di studi hai fatto? Ti hanno aiutato anche nel mondo della scrittura e dell'editing?

Diciamo che, a livello scolastico, il mio diploma da ragioniere, strappato con mille difficoltà, non mi ha certo aiutato. Considero la mia passione per la scrittura (e per la lettura) una questione di geni. Mio padre, infatti, era un lettore infaticabile ed anche uno scrittore, ha pubblicato tre libri ma ha scritto decine di racconti, favole e persino qualche poesia. E, da quando avevo 14 anni, mi ha sempre coinvolto nei suoi scritti, dapprima come correttore di bozze, poi facendomi partecipare alla stesura, fino all’ultimo romanzo che stavamo scrivendo insieme ma che, purtroppo, non ha potuto finire. Chissà, magari un giorno lo riprenderò. Sono però tornato sui banchi di scuola cinque anni fa. Infatti, quando ho compiuto 50 anni, mia moglie, insieme ad alcuni amici, mi ha regalato un corso di scrittura alla Holden (la scuola di scrittura di Torino, fondata da Alessandro Baricco, n.d.r.) ed è stato amore a prima vista, ho adorato quella scuola, le classi, l’aria di quel posto, e dopo quel corso ne ho fatti altri due per approfondire tecniche di scrittura e editing.

Quali sono i racconti canonici che ti piacciono di più e perché?

Va detto anzitutto che possiedo una memoria davvero pessima ma questo è per me un pregio anziché un difetto, perché magari ricordo bene frasi che mi hanno colpito o passaggi particolari, ma tendo a dimenticare il romanzo o la storia nella sua interezza. Sì, so dire per sommi capi la trama ma quando, dopo qualche tempo, rileggo qualcosa, è quasi come se lo facessi per la prima volta e questo è magnifico perché mi emoziono o mi appassiono tutte le volte. Ad esempio, non saprei citare in ordine cronologico il canone di Conan Doyle o i nomi dei vari personaggi incontrati (beh, ad eccezione dei più importanti: Moriarty, Moran, Adler, e così via) ma potrei ripetere a memoria alcuni passaggi, magari senza saper dire a quale romanzo o racconto appartengano. E dunque, per rispondere alla tua domanda, posso dire che i racconti che mi sono piaciuti di più sono: il primo che ho letto “L’avventura dei sei Napoleoni”, poi sicuramente “L’avventura del poliziotto morente” e “Uno scandalo in Boemia”. Se invece parliamo di romanzi, non ho dubbi, “Il mastino dei Baskerville” su tutti e “Uno studio in rosso” perché comunque è l’inizio della storia.

Cosa ne pensi degli apocrifi sherlockiani in generale?

Adoro gli apocrifi sherlockiani, perché mi tuffano nell’odore, nell’atmosfera e nelle carrozze della Londra di Sherlock Holmes, e sembra di sentire il pennino di Conan Doyle scorrere.

E di quelli italiani? Hai un autore di apocrifi preferito?

Beh, io naturalmente! (ride). A parte gli scherzi, Enrico Solito è in assoluto il mio preferito, ha davvero un modo di scrivere e di inventare storie che ricorda molto Conan Doyle, non eccede mai, non esce mai dalle righe, che, devo dire, è una tentazione piuttosto forte.

Quando è nata l'idea di questo tuo romanzo e quanto tempo ti ha preso scriverlo?

La prima idea è arrivata quasi dieci anni fa. Ricordo che una domenica pomeriggio ho acceso il pc e ho buttato giù l’incipit. Oh Dio, più che un incipit era quasi un racconto intero, perché in testa avevo ben chiaro da dove dovesse partire la mia storia, e dove dovesse concludersi. Poi, però, l’ho abbandonato lì per almeno due o tre anni. Colpa dell’altra mia passione, la Musica: suono la batteria da quasi 40 anni e ho dato vita a due gruppi scrivendo brani inediti per entrambi. Nel 2015, con una delle due band, gli Area51, fondati vent’anni prima insieme al mio amico Giulio Romiti, abbiamo pubblicato il nostro terzo album (Note di Viaggio) e una raccolta di testi e poesie (Una favola di Musica), dove abbiamo raccontato anche la nostra storia.

Tutto questo ha portato via un po’ di tempo e sono tornato su quel racconto nel 2017, deciendo di farne poi un romanzo e impiegando ancora altri quattro anni per finirlo.

Arthur Conan Doyle
Arthur Conan Doyle
Un tempo piuttosto lungo. Puoi dirci come mai? E magari raccontarlo ai nostri lettori senza spoilerare troppo?

Anzitutto perché avevo un’idea fissa nella testa: volevo che non fosse solo un romanzo di fantasia ma quasi un romanzo storico. Volevo, cioè, che i due protagonisti interagissero con personaggi realmente esistiti e con situazioni raccontate nei libri di storia. Già questo necessitava di uno studio attento e puntuale su date, luoghi e persone.

E il secondo motivo è legato all’idea da cui sono partito: tra i miei grandi amori letterari, oltre a Conan Doyle, c’è sempre stato anche il sommo poeta, Dante Alighieri, e in particolare, ovviamente la “Divina Commedia” (anche qui non chiedermi di recitarti interi canti o di dirti dove sia quel tal personaggio o quale sia la pena inflitta in un certo girone perché torna la mia memoria a chiazze!) e ho pensato che mi sarebbe piaciuto far incontrare Holmes e Dante. In prima battuta ho immaginato un racconto distopico, come aveva fatto decenni fa Isaac Asimov (in una raccolta di racconti intitolata “Sherlock Holmes nel tempo e nello spazio”) ma, come ti dicevo, mi ha sempre affascinato il romanzo apocrifo e dunque ho cercato un modo per far sì che il detective inglese potesse avere a che fare con l’opera italiana più famosa di tutti i tempi.

La storia parte da un ex “irregolare di Baker Street”, ormai adulto, che chiede aiuto a Holmes per rintracciare il suo futuro suocero, Ernest Wadsworth Longfellow, figlio del famoso poeta e scrittore americano Henry Wadsworth Longfellow, primo traduttore in lingua inglese della “Divina Commedia”…

Segui orari e metodi particolari per scrivere o lo fai solo quando riesci a ritagliarti il tempo?

Diciamo che cerco di fissare dei giorni e delle ore, generalmente serali o nei fine settimana, in cui dedicarmi alla scrittura. Purtroppo, non sempre riesco a mantenere quanto mi sono prefissato e allora approfitto di ogni momento per documentarmi o per buttare giù idee o paragrafi, scrivendo ovunque mi capiti: pezzi di carta volanti, telefonino, pc, persino dei memo vocali, ad esempio quando sono in macchina, che mi auto-invio e riascolto poi quando posso.

Quali sono i tuoi attori preferiti che hanno vestito i panni di Holmes nella storia della cinematografia?

Se parliamo dell’Holmes di Conan Doyle, non ho dubbi, Basil Rathbone, di cui ho ancora le videocassette dei suoi film, anche se non ho più il videoregistratore! (ride). È lui il volto di Sherlock Holmes e così anche Nigel Bruce (l’attore che impersona Watson nei film di Rathbone) è in assoluto il volto del dottore.

Ho anche molto apprezzato il film “Piramide di paura (Young Sherlock Holmes)”, in cui l’attore (non ricordo il nome) che impersonava il giovane detective era decisamente credibile. E ritengo, per altro, che abbia gettato le basi per lo “Sherlock” di Benedicte Cumberbatch, altro attore che trovo fantastico nel ruolo di Holmes.

 
… E, a proposito di Sherlock, cosa ne pensi delle più recenti serie tv, da Sherlock, Elementary, Gli irregolari di Baker Street?

Meno male che mi hai chiesto delle serie Tv e non dei film! Perché devo dire che l’Holmes di Robert Downey Jr., pur amando l’attore (ha interpretato magistralmente Charlie Chaplin in “Charlot”), a mio parere si discosta non poco dal personaggio di Conan Doyle, sembra più un Indiana Jones londinese. Holmes era un esperto boxeur e sapeva tirare di scherma ma gli scontri fisici con i cattivi erano decisamente in secondo piano nel canone di Conan Doyle, rispetto invece all’uso della logica, del cervello e degli stratagemmi o trucchi per incastrare il colpevole.

Ma parlando di serie tv, ho già fatto capire che adoro lo Sherlock di Cumberbatch, non soltanto per l’attore ma per l’attenzione che gli sceneggiatori hanno messo nel mantenere il più possibile fedele il personaggio pur trasportandolo ai giorni nostri. Cosa che, per esempio, non ritrovo in Elementary. Non ho invece visto Gli irregolari di Baker Street ma soltanto perché non amo molto quelli che oggi si chiamano gli Spin-off. Però magari ci proverò e mi piacerà.

Pensi di scrivere altre storie con Holmes e Watson in futuro? Hai già in mente qualcosa?

In effetti sì. Devo dire che ci ho preso gusto e inoltre ho un’altra idea che mi frulla in testa da un po’. Ovviamente non svelo nulla ma già in questo romanzo ho osato parecchio, facendo fare a qualcuno cose che non aveva mai fatto prima e ho una mezza idea di continuare su questa strada.

Ti trovi meglio nella scrittura di romanzi o racconti, o comunque quali preferisci affrontare tra i due?

Non ho particolari preferenze. Negli ultimi anni ho scritto anche alcuni racconti portandoli in qualche concorso letterario e devo dire che ho avuto le mie soddisfazioni. Certo è più facile, o vogliamo dire più veloce, ma per certe storie serve qualche foglio in più. Basti pensare che “Sherlock Holmes e il cammino del poeta” doveva essere un racconto di una ventina di pagine e alla fine sono più di 150!