Il confine tra giornalismo e spettacolarizzazione della notizia è labile in Primetime, il film diretto da Lance Oppenheim e interpretato da Robert Pattinson.

Sbattere il mostro in prima pagina è dovere di cronaca o un becero sfruttamento di una forma di voyeurismo ? 

Il film racconta la storia de giornalista Chris Hansen (Pattinson), che conduce To Catch a Predator, una trasmissione che nasce con il lodevole scopo di fermare i predatori sessuali. E lo fa con dovizia di mezzi, con una redazione che, di concerto con la polizia locale, contatta i predatori in rete, li intrappola con finti minorenni, per convincerli a un incontro nel quale, ripresi da telecamere, vengono approcciati e smascherati dal conduttore, e poi  finalmente arrestati dalle forze dell'ordine.

Primetime
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C'è un problema però, reale, di coinvolgimento emotivo. Se Hansen ne sembra immune, Dan Plum (Skyler Gisondo) il giovane attore chiamato a impersonare una delle esche, all'inizio è spiazzato dalle situazioni in cui si troverà. Ma crescerà e cercherà un senso al suo lavoro. Di contro Hansen sembra gradualmente perdere il contatto con la realtà, interessato solo ad alzare l'asticella della tensione emotiva per incrementare i dati di ascolto.

Tutto culmina nella caccia a un grosso personaggio, forse un pezzo grosso dell'establishment, molto attento nel muoversi, che potrebbe dare al programma lo slancio per superare la battaglia dell'audience, in un mondo televisivo nel quale anche un punto in meno rispetto ai concorrenti è visto come una sconfitta.

Primetime
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Alle tensioni per il programma per Hansen inoltre si aggiungono quelle di rivelazioni mediatiche sulla sua vita personale che rischiano di metterlo in cattiva luce. Perché, anche se non si tratta di reati, ipocrisia vuole che per perseguire i criminali devi essere un santo, non una persona con i suoi umani difetti e le sua contraddizioni.

Le forti domande che pone Primetime, prodotto da A24,  non hanno tutte le risposte nella sceneggiatura di Ajon Singh. Il film sembra più interessato a porre interrogativi che dare risposte. Risulta però ondivago e irrisolto in alcuni passaggi, a meno di non considerarlo proprio un film il cui scopo è dare allo spettatore il materiale per le sue riflessioni.

C'è freddezza, distacco intellettuale nel non stare da una posizione netta. Se è impossibile empatizzare con i mostri sbattuti in prima serata, anche i loro cacciatori non appaiono meritori. In fondo, con tutto l'armamentario a disposizione, potrebbero far arrestare i predatori senza enfasi, senza favore di telecamera. Ma finirebbe lo spettacolo.

Primetime
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Il senso è forse nella constatazione che si possono fare cose buone pur non avendo altra intenzione che il tornaconto personale, senza essere mossi da un "fuoco sacro". Ma sono veramente illeggittime le ambizioni professionali di un giornalista che vuole emergere dal rumore di fondo?

Fotografato in formato televisivo, Primetime è raccontato anche mediante l'occhio sgranato e impetioso della telecamera. Sono sguardi che una certa vulgata vorrebbe oggettivi (l'ho visto alla tele, si diceva una volta), ma che invece rivelano solo quello che ha scelto di puntare quella telecamera.

La realtà è più complessa di una trasmissione TV, e questo film ce lo ricorda.